Potete anche disporre delle competenze tecniche più brillanti del pianeta, ma c’è un dato di fatto col quale prima o poi dovrete fare i conti: se il vostro team non sa comunicare, il motore si inceppa. Nell’era delle aziende iper-digitalizzate e dell’intelligenza artificiale, la vera partita sul futuro del lavoro si gioca su un terreno squisitamente umano: la Social Intelligence. A spiegarcelo è Alessandro Beretta, esperto di formazione e sviluppo del potenziale, che di questa disciplina ha fatto il cuore pulsante della sua missione. Svizzero di nascita — cresciuto sul confine franco-tedesco — ma con un forte legame con il dinamismo e la cultura italiana, Alessandro incarna un mix perfetto tra rigore metodologico, flessibilità e intuizione strategica. In questa intervista senza filtri, ci porta dietro le quinte della comunicazione adattiva, smontando i falsi miti sulla leadership moderna e rivelando perché, di fronte ai grandi cambiamenti, l’empatia e l’ascolto non sono un opzionale, ma il vero asso nella manica.
Alessandro, partiamo da te. Cosa ti ha portato a occuparti di formazione, leadership e soprattutto di Social Intelligence (Intelligenza Sociale) ?
Il mio percorso nasce dall’incontro tra lo sviluppo del mercato, il lavoro con persone e organizzazioni e una domanda che mi accompagna da sempre: perché alcune persone e alcuni
gruppi riescono a ottenere risultati straordinari, mentre altri, pur disponendo di competenze tecniche eccellenti, faticano a collaborare? Dopo molti anni trascorsi in contesti internazionali, ho capito che la differenza non è quasi mai soltanto tecnica. La differenza risiede nel modo in cui comunichiamo, costruiamo fiducia, affrontiamo il cambiamento e comprendiamo gli altri. È qui che entra in gioco la Social Intelligence (intelligenza sociale), che oggi rappresenta il cuore del mio lavoro. Ho scoperto questa disciplina quasi per caso, durante una presentazione presso un importante cliente istituzionale. La tematica mi ha immediatamente affascinato: ho contattato il provider, sono salito su un aereo e ho deciso di portare il progetto in Svizzera. A dire il vero, all’inizio il CEO dell’ azienda mi aveva ignorato. Almeno questa era la mia percezione. Oggi, grazie alle conoscenze acquisite sulla comunicazione adattiva e sui diversi stili comportamentali, interpreto quel comportamento in modo completamente diverso. È stato proprio uno dei primi insegnamenti della Social Intelligence: spesso non sono i fatti a creare i problemi, ma il significato che attribuiamo loro.
La tua mission parla di “massimizzare il potenziale umano”. È un’ espressione molto forte: cosa significa concretamente, per te, aiutare una persona a esprimere il proprio potenziale?
Per me significa aiutare una persona a sviluppare consapevolezza di sé, comprendere i propri punti di forza e imparare ad adattarsi a contesti e persone diverse. Per ottenere un quadro chiaro dei punti di forza e delle aree di miglioramento nella comunicazione, nelle competenze relazionali, nelle capacità di presentazione, nella gestione del feedback e nei principali fattori della resilienza, utilizzo degli Assestment multi-valutatore. Questi strumenti scientificamente provati, si basano su dati solidi e su oltre 60 anni di ricerca sviluppata
dal mio partner che opera su scala mondiale. Molto spesso il potenziale esiste già, ma è limitato da convinzioni, abitudini o modalità relazionali poco efficaci. Il mio ruolo è aiutare le persone a trasformare la conoscenza in comportamenti concreti che producano risultati migliori per loro, per il team e per l’ organizzazione.
Parli di Social Intelligence, un concetto che sta entrando sempre più nel mondo del lavoro. Che cosa è davvero e perché oggi è così importante?
La Social Intelligence (intelligenza sociale) è la capacità di comprendere come le persone pensano, agiscono e reagiscono e di adattare il proprio comportamento per comunicare e collaborare in modo più efficace. Oggi è fondamentale perché lavoriamo in contesti sempre più complessi, multiculturali e veloci. Le competenze tecniche sono importanti, ma sono le competenze relazionali che permettono di creare fiducia, guidare il cambiamento, risolvere conflitti e costruire organizzazioni sane e produttive.
Una delle difficoltà più frequenti nelle relazioni professionali è pensare che gli altri ragionino e comunichino come noi. Quanto siamo consapevoli di come veniamo percepiti dagli altri? E quanto spesso pensiamo di comunicare una cosa mentre, dall’altra parte, ne viene percepita un’altra?
Molto meno di quanto crediamo. Tendiamo naturalmente a vedere il mondo dal nostro punto di vista e spesso pensiamo che il messaggio che intendiamo trasmettere sia esattamente quello che gli altri ricevono. In realtà esiste frequentemente una distanza tra intenzione e percezione. Aumentare la consapevolezza di come gli altri ci interpretano è uno dei primi passi per migliorare la nostra efficacia relazionale e professionale.
Racconta un esempio concreto in cui cambiare il modo di comunicare ha cambiato completamente l'esito di una relazione o di una situazione professionale?
Ricordo un mio responsabile estremamente competente che faticava a coinvolgere il proprio team. Il problema non era ciò che diceva, ma come lo diceva. Attraverso un percorso di
adattamento della comunicazione ha imparato a presentare le stesse idee in modo diverso, tenendo conto delle esigenze e delle preferenze comunicative dei singoli collaboratori.
Nel giro di pochi mesi il livello di partecipazione e collaborazione è aumentato sensibilmente. Il contenuto era rimasto identico, ma il modo di comunicarlo aveva fatto tutta la differenza. Parliamo di scaturire la motivazione intrinseca.
Oggi tutti parlano di leadership. Ma che cosa distingue davvero un leader da un buon manager? E in un’epoca in cui si parla sempre più di leadership partecipativa e inclusiva, è ancora possibile esercitare un’autorità forte senza diventare autoritari?
Un buon manager gestisce processi, pianifica attività e controlla risultati. Un leader, oltre a fare tutto questo, è capace di ispirare, creare fiducia e sviluppare le persone.
La leadership moderna non consiste nell’imporre, ma nell’influenzare positivamente. Autorità e autorevolezza non sono la stessa cosa: si può esercitare una leadership forte mantenendo ascolto, rispetto e inclusione. Anzi, oggi questa capacità di adattamento è probabilmente la forma più evoluta di leadership.
L’intelligenza artificiale sta cambiando rapidamente il modo in cui lavoriamo. Se l’AI farà sempre più cose al posto nostro, quali saranno le caratteristiche che renderanno davvero una persona preziosa e, in qualche modo, insostituibile? C’è il rischio che, nella ricerca di efficienza e performance, perdiamo qualcosa di profondamente umano: la capacità di ascoltare, comprendere e creare relazioni?
L’AI sarà straordinaria nell’elaborare dati e automatizzare processi. Tuttavia, rimarranno profondamente umane competenze come l’empatia, il pensiero critico, il giudizio, la capacità di
creare fiducia, la collaborazione e la gestione delle relazioni. Credo che il valore futuro delle persone dipenderà sempre meno da ciò che sanno e sempre più dalla capacità di lavorare con gli altri, guidare il cambiamento e dare significato alle informazioni generate dalle tecnologie.
Viviamo in un’epoca in cui il cambiamento è diventato una condizione permanente. Quando una persona si trova davanti a un cambiamento che non ha scelto, qual è secondo te il primo
passo per trasformarlo da una minaccia in un’opportunità?
Accettare che il cambiamento esiste e fa parte della storia dell’umanità. Molte persone spendono energie cercando di combattere una realtà che non possono controllare. Il primo passo è spostare l’attenzione da ciò che si perde e dalle paure a ciò che si può imparare o costruire. La resilienza
non significa resistere passivamente agli eventi, ma sviluppare la capacità di adattarsi, vedere il cambiamento come sfida e crescere anche nelle situazioni difficili. Chi lo fa attivamente trova pure piacere nella sfida.
Vivi e lavori in Svizzera, ma conosci molto bene anche il mondo italiano. Qual è la differenza che noti maggiormente nel modo di lavorare e di comunicare tra questi due Paesi?
Sono nato in Svizzera al confine franco/tedesco e porto in me sia l’attitudine lavorativa svizzera che la dinamicità e la cultura italiana. Generalizzando, la Svizzera tende a distinguersi per pianificazione, affidabilità e orientamento ai processi. L’Italia, invece, eccelle spesso nella creatività, nella flessibilità e nella capacità di trovare soluzioni innovative anche in situazioni complesse. Entrambi i modelli hanno punti di forza straordinari e credo che il vero valore emerga quando si riescono a combinare struttura e creatività.
Se potessi fare uno “scambio di competenze”, cosa dovrebbe imparare l’Italia dalla Svizzera e cosa, invece, potrebbe imparare la Svizzera dall’Italia? Quanto questa dimensione di confine ha influenzato il tuo modo di lavorare e di relazionarti con le persone?
L’Italia potrebbe beneficiare ulteriormente della cultura della pianificazione e del rispetto rigoroso degli impegni. La Svizzera potrebbe continuare a valorizzare l'approccio creativo, la spontaneità e la capacità italiana di adattamento. Vivere tra queste due culture mi ha insegnato che non esiste un modello perfetto: l’efficacia nasce dalla capacità di integrare prospettive diverse e adattarsi ai contesti.
Oggi lavori anche con startup e giovani imprenditori. Qual è l’errore che vedi commettere più spesso a chi sta iniziando oggi un percorso imprenditoriale?
Pensare che un’idea brillante sia sufficiente. In realtà il successo imprenditoriale dipende dalla capacità di costruire relazioni, ascoltare il mercato, adattarsi ai feedback e sviluppare resilienza. Molte startup non falliscono per mancanza di competenze tecniche, ma per l’incapacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti e imparare dagli errori. Direi che il successo nasce dalla coerenza e dalla resilienza. Parliamo di una maratona e non di uno sprint.
C’è stato un momento della tua carriera nel quale hai capito che dovevi cambiare tu per poter aiutare gli altri a cambiare? E dopo tanti anni passati ad aiutare le persone a comunicare meglio, a diventare leader e ad affrontare il cambiamento, cosa hai imparato tu dalle persone che hai incontrato?
L’intelligenza sociale è un percorso che richiede tempo, pratica e consapevolezza. Alla base di tutto ci sono le emozioni: sono loro che influenzano il modo in cui pensiamo, comunichiamo, agiamo e reagiamo. Imparare a riconoscerle e gestirle significa diventare più efficaci nelle relazioni e nelle sfide quotidiane.
Lavori prevalentemente sul mercato Germanofono in Europa o intendi apportare questo sapere e formazioni anche in Italia?
Mi farebbe molto piacere collaborare con formatori indipendenti o con professionisti della formazione all’interno delle aziende che desiderino introdurre queste competenze nelle
organizzazioni.