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Riscriversi per ritrovarsi. Quando scrivere di sè diventa una pratica di cura

Si fa presto a liquidare l’autobiografia risalendo all’etimologia greca: autos (sé stesso), bios (vita) e graphè (scrittura). Ovvero: registrare la storia della propria esistenza. Eppure, nel momento preciso in cui la penna tocca il foglio, questa definizione lineare crolla. La memoria non è un archivio notarile; è un cantiere aperto. I ricordi sbiadiscono, riaffiorano distorti o vengono inconsciamente censurati. Nel frattempo, anche chi scrive cambia: muta lo sguardo sul passato, cambiano le priorità, si perdonano vecchi errori. L’autobiografia non è mai un’opera finita, ma un processo in divenire che riscrive il futuro mentre riorganizza il passato.

Il Dilemma della Verità: da Rousseau a Camus

Chi detiene la versione autentica di una vita? Se la prospettiva autobiografica rischia la parzialità, una biografia esterna si limita ai soli dati documentali. La vita reale, tuttavia, abita nelle sfumature: percezioni, moti dell’inconscio, paure e rielaborazioni personali.

La letteratura ha esplorato a lungo questo corto circuito tra memoria e finzione:

  • La pretesa della trasparenza (Jean-Jacques Rousseau): Nelle sue Confessioni (1782), il filosofo dichiara l’intento di mostrare un uomo «in tutta la verità della natura».

  • Il paradosso del narratore (Thomas Bernhard): Nel saggio autobiografico La cantina (1984), lo scrittore smonta ogni illusione oggettiva: «La verità la conosce solo l’interessato, ma lui stesso, nel momento in cui vuole comunicarla, diventa automaticamente un bugiardo».

  • L’effetto rivelatore della menzogna (Albert Camus): Nel romanzo La caduta (1956), Camus ribalta la prospettiva, suggerendo che l’invenzione possa mostrare l’identità più dell’accuratezza storica: «Si vede talvolta più chiaro in colui che mente che in colui che dice la verità. La verità, come la luce, acceca. La menzogna, al contrario, è un bel crepuscolo, che valorizza ogni oggetto».

Come confermato dal critico Philippe Lejeune ne Il patto autobiografico (1975), ogni narrazione del sé consegna un ritratto inevitabilmente filtrato. Approcciarsi alla scrittura di sé cercando l’accuratezza cronologica significa fraintenderne lo scopo primario.

La Prospettiva Pedagogica: la Scrittura come strumento di cura

Nel momento in cui ci si allontana dalla pretesa editoriale e dalla ricerca dello stile perfetto — vincoli che spesso bloccano il flusso dei pensieri —, l’autobiografia trasforma la propria natura: da resoconto storico a dispositivo terapeutico e formativo.

Come evidenziato dai contributi del pedagogista Duccio Demetrio e dello psicoterapeuta Nicolò Terminio (Autobiografie dell’inconscio, 2022), la scrittura non si limita a raccontare la vita interiore, ma la costruisce.

L’obiettivo non è la produzione di un testo formale, ma l’attivazione di un processo trasformativo in cui l’atto stesso dello scrivere riposiziona l’individuo rispetto alle proprie scelte e priorità.

Strumento Pratico: l’Esercizio della “destituzione dell’intenzione”

Per allenare la scrittura di sé come pratica di auto-orientamento e svelamento, è possibile utilizzare un protocollo in 3 fasi pensato per superare il blocco della “bella forma” e far emergere l’inconscio.

Modalità di esecuzione: Pensa a un evento del tuo passato che ritieni risolto o del quale hai una convinzione ben strutturata.

  1. La Versione Ufficiale (5 minuti): Scrivi i fatti nudi e crudi così come li hai sempre raccontati agli altri. Mantieni un tono sintetico e cronologico.

  2. Il Filtro dei Sensi (10 minuti – Scrittura di getto): Riscrivi la stessa scena dimenticando la cronologia. Rispondi solo a queste tre sollecitazioni senza rileggere: Cosa vedevi a margine? Quale dettaglio fisico hai sempre omesso? Quale emozione non detta guidava la tua voce?

  3. L’Emergenza dell’Imprevisto (Fase di analisi): Rileggi solo il secondo testo e individua la frase o la parola che ti sorprende di più.

In questa deviazione dal piano iniziale risiede il nucleo dell’esperienza autobiografica: scriverla significa cedere il controllo cosciente per fare spazio a ciò che ha realmente bisogno di essere compreso e riorganizzato.

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