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Intervista a Nadia Malverti: teatro, letteratura per l’infanzia e il fascino della Germania

Nadia, da Modena ad Amburgo per scrivere fiabe - Gazzetta di ModenaFacciamo tappa ad Amburgo per incontrare Nadia Malverti, attrice, progettista di laboratori in scuole bilingui italo-tedesche, illustratrice e autrice di libri per l’infanzia pubblicati in Italia e all’estero. Cresciuta a Modena, si è trasferita in Germania nel 1993 per seguire le sue grandi passioni: il teatro e la letteratura per i più piccoli.

Nadia, lei è modenese ma vive da molti anni ad Amburgo. Può raccontarci la scelta di trasferirsi in Germania?

Questa scelta risale a molti anni fa ed è legata al mio rapporto con la lingua tedesca. Da piccola, durante le vacanze al mare sulla Riviera Adriatica, ero affascinata dai bambini che parlavano una lingua per me incomprensibile, ma dal suono magnetico, un po’ come un incantesimo: Abracadabra, Simsalabim.

Questo fascino è rimasto nel tempo: alle medie scelsi il tedesco come lingua straniera e lo portai avanti anche al liceo. La prima volta che andai in Germania – a Ratisbona (Regensburg) – quella magia si rinnovò sotto un’altra veste: l’indipendenza degli amici che andai a trovare. Vivevano in una straordinaria convivenza tra futuro e passato. Il futuro era la capacità di vivere senza genitori, condividere una casa tra amici e mantenersi con piccoli lavori pur andando a scuola. Il passato era il paesaggio bavarese di agosto, coi boschi scuri e i sorbi carichi di bacche rosse che mi ricordavano le fiabe dei fratelli Grimm. E poi la città stessa, col Duomo gotico e le case antiche abitate da questi ragazzi che sapevano costruire soppalchi da soli e lavoravano ai ferri. Per una ragazza di 17 anni alla fine degli anni Settanta era una grandissima novità.

Qualche anno più tardi colsi l’occasione di un lavoro estivo a Monaco per sbirciare nel panorama teatrale locale. Mi unii a un regista e a un gruppo di giovani attori e

   insieme fondammo il Theater Winterquartier, un gruppo di ricerca con cui lavorai per cinque anni. Dopo il suo scioglimento mi trasferii a Bologna, dove incontrai quello che sarebbe diventato mio marito, e nel 1993 tornai di nuovo in Germania, questa volta ad Amburgo.

Come è iniziato il suo percorso da scrittrice per l’infanzia?

Ho una formazione da attrice presso la Scuola di Teatro di Bologna, allora diretta da Alessandra Galante Garrone, e ho lavorato in teatro per circa dieci anni. Dopo il trasferimento ad Amburgo e la nascita di mia figlia, però, mi accorsi che la città non mi offriva la possibilità di esprimermi sul palco come desideravo. Ma il bisogno interiore di creare attraverso l’arte era forte.

In Germania ogni Land ha un’emittente radiofonica con vari canali, di cui uno dedicato ai bambini. All’epoca le produzioni per l’infanzia erano molto diffuse, così provai a scrivere l’esposé di un radiodramma da proporre alle redazioni tedesche. Dopo un anno arrivò la risposta positiva di Ingeborg Oehme Tröndle, redattrice del Westdeutscher Rundfunk di Colonia, che decise di produrre la mia storia a puntate, Nonno Cosimo.

Da lì il mio campo d’azione si è ampliato: dai corsi di teatro sono passata alle letture e ai laboratori, prima in lingua italiana nelle scuole italo-tedesche e nella Kinderbibliothek (la splendida biblioteca comunale per ragazzi di Amburgo), poi ai laboratori di disegno e scrittura nelle scuole tedesche, grazie a una collaborazione tra il Ministero dell’Istruzione e l’associazione Friedrich-Bödecker-Kreis. Ultimamente, insieme alla mia amica e collega scrittrice Susanne Orosz, proponiamo laboratori con il teatrino Kamishibai, unendo disegno e teatro: scriviamo e interpretiamo le storie, realizzando noi stesse i disegni e le figurine di carta per le scenografie.

Qual è il primo libro che le è stato letto? E il primo che ha letto da sola?

Il primo ricordo legato alle storie è quello di due fiabe inventate dal mio papà, grande appassionato di libri. Ricordo che le associavo a due colori: la “storia blu” e la “storia marrone”. I miei genitori venivano da famiglie contadine della campagna modenese, tra Secchia e Panaro, e amavano raccontare storie a me e a mio fratello. Tra i racconti della guerra e la vita nei campi, la nostra fantasia era sempre in movimento.

I primi libri che ho letto da sola devono essere state le Fiabe Sonore: ascoltavo la fiaba di Biancaneve al giradischi e seguivo il testo nel volume illustrato. Da quel momento non ho mai più smesso di leggere: dai libriccini Pic della AMZ Edizioni, a Gianni Rodari, Roald Dahl e Bruno Munari.

Lei è stata una delle apripista nell’organizzare letture per bambini nelle biblioteche e nelle scuole. Qual è la maniera migliore per avvicinarli con successo ai libri?

Credo che leggere ai bambini fin da piccolissimi sia fondamentale. Il bambino ascolta la storia attraverso la voce del genitore, ne osserva la mimica, ne assorbe l’entusiasmo. Non è solo un passaggio di informazioni: è la trasmissione di un atteggiamento verso la vita stessa che solo l’arte sa offrire.

Ad esempio, con i miei figli inserivo i personaggi delle storie all’interno dei nostri giochi quotidiani, per renderli ancora più vivi. Gli stessi personaggi di Harry Potter – saga che amo molto – entrano tuttora in discorsi un po’ filosofici con mio figlio quattordicenne.

Ricordo una delle mie prime letture in biblioteca a Modena: stavo leggendo poesie di Rodari e Toti Scialoja quando notai lo sguardo di un bambino che mi osservava con gli occhi sbarrati. Mentre leggevo, pensai: “Questo bambino non dimenticherà mai la magia di questo momento”. In quel preciso istante ho sentito tutta la responsabilità e la bellezza del mio lavoro.

Cosa rappresenta per lei la Germania, i suoi luoghi e la sua gente?

La Germania ha rappresentato per me la libertà. Inizialmente, quando ci venivo da ragazza, mi dava la sensazione di non essere giudicata, nemmeno per il modo di vestire – l’esatto contrario della Modena di fine anni Settanta. Più tardi ha rappresentato la libertà di poter fare il lavoro che amavo: prima il teatro, poi la scrittura. Forse mi illudo, ma credo che in Italia, col mio carattere non troppo combattivo e la mancanza di “entrature”, non sarei riuscita ad affermarmi come ho fatto qui.

Ad Amburgo, inoltre, mi sono avvicinata tantissimo alla natura. I boschi qui sono vere e proprie cattedrali e ho imparato a riconoscere gli alberi. Anatre, scoiattoli, picchi e ghiandaie vivono tranquillamente dentro le grandi città: una dimensione che è diventata essenziale per il mio benessere personale.

Un autore che lavora all’estero deve confrontarsi con una nuova lingua e dinamiche editoriali diverse. Come ha affrontato queste differenze?

Una cosa che ho sempre apprezzato delle case editrici e delle emittenti radiofoniche tedesche è che – almeno fino a una decina di anni fa – hanno sempre risposto ai progetti che inviavo, spesso in modo personale e non con lettere precompilate.

Parlare e scrivere in tedesco non è mai stato un problema. Tutte le mie storie – a parte Opa Mohr, un radiodramma ambientato ad Amburgo dove i nomi delle vie sono fondamentali – le ho scritte prima in italiano e poi tradotte in tedesco, lavorando a brani. Durante la trasposizione finivo spesso per ritoccare il racconto in lingua originale, perché la traduzione lo arricchiva di nuove sfumature.

Scrivere per bambini senza cadere nei cliché è complesso. Quali difficoltà incontra un autore in questo genere?

Credo che la difficoltà principale risieda nelle esigenze del mercato. Io sono sempre stata un po’ “con gli occhi blu”, come si dice in tedesco (blauäugig), cioè con la tendenza a non curarmi dei binari rigidi in cui si muovono gli editori per vendere. Ammetto con sincerità di non aver sempre saputo gestire questo dilemma.

Se nelle storie radiofoniche ho goduto di enorme libertà, nel campo editoriale ci sono state più restrizioni. Accettare i tagli o i cambiamenti richiesti è stato a volte doloroso. Tuttavia ho accettato di scendere a compromessi e devo ammettere che il mio libro Ein Schaf im Glück (la storia di una pecora nera non accettata dal branco di pecore bianche) ha avuto un bel successo, permettendomi di lavorare per anni con letture nelle scuole e negli asili.

La sua carriera è ricca di progetti, dal radiodramma Nonno Cosimo alla raccolta Si conta e si racconta. Come sono nati?

Nonno Cosimo è nato dall’esigenza di esprimermi in un campo creativo diverso dal teatro. È stata un’esperienza fantastica che mi ha portato a fare ricerche sulla vita passata e presente di Inuit, Tuareg e Indios dell’Amazzonia, studiandone i miti. Il protagonista è un signore modenese, nonno di una bambina che vive in Germania, che si mette in testa di trovare Babbo Natale e viaggia per il mondo alla sua ricerca. Incontra persone e storie, credendo ogni volta di essere vicino alla meta, ma qualche figura soprannaturale (la dea del mare Sedna in Alaska, il Djinn Babù Nathal in Algeria, Colapesce in Sicilia) gli rivela che deve cercare altrove. Il viaggio si conclude con il rientro a Modena. È stato così bello scriverlo che provai anche a proporlo per un lungometraggio animato!

Si conta e si racconta nasce invece dal desiderio di creare un prodotto di alta qualità per i figli degli italiani all’estero. È una raccolta in tre CD di fiabe tradizionali italiane, che ho adattato in lingua originale partendo da varie raccolte dialettali (Pitrè, Coronedi Berti, Zorzut, Nerucci…). C’è anche una storia modenese, Le ochine, che mi raccontava la mia mamma.

Cosa le manca di Modena? Tornerebbe mai a viverci?

Non credo che tornerei a vivere a Modena: ormai sono troppi gli anni trascorsi ad Amburgo. Però ci torno sempre volentieri, ne ho proprio bisogno per ricaricare le pile.

Mi mancano moltissime cose: gli amici, la nebbia, il gnocco fritto, l’odore dell’asfalto dopo i temporali estivi, le pedalate in bicicletta per il centro, Piazza Grande, il Duomo, la dimensione a misura d’uomo, la Biblioteca Delfini… Mi manca l’emozione di incontrare un ricordo a ogni angolo di strada.

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