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Lorenzo Bongiovanni: “Oltre ‘la linea dell’uomo morto’: come riprendere in mano il timone della propria vita”

Istruttore subacqueo, pilota, coach sportivo, personal trainer e formatore bolognese. Lorenzo Bongiovanni è un uomo che ha fatto della disciplina e della crescita personale non solo un lavoro, ma una vera e propria filosofia di vita. Niente formule magiche o motivazione da social network; il suo approccio è pragmatico, quasi geometrico, forgiato da discipline dove l’errore non è un’opzione tollerata. In questa conversazione affrontiamo i nodi cruciali del nostro tempo: la crisi della forza di volontà, l’emergenza educativa, la precarietà del lavoro e la riscoperta della responsabilità individuale.

Dottor Bongiovanni, partiamo dal cuore della sua filosofia: che cos’è, esattamente, la volontà? La volontà è il motore termico che permette di trasformare un’idea astratta in una realtà concreta. Tutti abbiamo desideri, sogni chiusi nel cassetto e progetti ambiziosi, ma senza la volontà rimangono semplici fantasie di sfondo. Oggi purtroppo viviamo in una “società del click”, che ci adatta all’immediatezza: tutto deve essere veloce, facile, indolore e disponibile subito. Questo scenario stimola la curiosità – che è un valore positivo, sia chiaro – ma atrofizza la capacità di perseverare, di abitare il disagio e di affrontare le difficoltà necessarie per raggiungere qualsiasi obiettivo a lungo termine. La volontà è proprio quella forza d’attrito che permette di andare oltre il momento, oltre il fastidio e oltre i propri limiti percepiti.

Lei parla spesso di “potere personale”. Che legame c’è tra la forza di volontà e il concetto di empowerment? Sono due facce della stessa medaglia. L’empowerment non è un’esclamazione motivazionale, è la consapevolezza strutturata di poter incidere sulla propria vita. Se una persona si convince che tutto dipenda dagli altri, dalla sfortuna, dal sistema o dal contesto socio-economico, sta abdicando al proprio potere personale.

“La fiducia in se stessi non nasce dall’illusione, ma dalla memoria biologica delle proprie conquiste.”

Questa consapevolezza si costruisce sui fatti. Non posso sapere oggi se riuscirò a fare qualcosa di straordinario domani, ma posso ricordare a me stesso che ho già superato altre prove, che ho già gestito altre crisi. È la storia dei nostri successi passati a fornirci gli attrezzi per i fallimenti futuri.

Eppure, guardandosi intorno, sembra che la nostra società soffra di una profonda crisi della “cultura del progetto”. È così?

Assolutamente sì, ed è uno dei problemi più invalidanti della nostra epoca. Progettare significa mappare il futuro: sapere dove si vuole arrivare, capire quali strumenti servono, calcolare il tempo necessario e, soprattutto, quantificare i sacrifici da mettere in conto. Se voglio un obiettivo, devo essere disposto a cannibalizzare una parte del mio presente per costruire il mio domani. Molti, invece, pretendono che le cose arrivino per inerzia o per diritto acquisito. E quando questo miracolo non avviene, scatta il meccanismo della colpevolizzazione esterna. È molto più comodo dire che la colpa è della società, dello Stato o del destino, piuttosto che guardarsi allo specchio e chiedersi: “Io, cosa avrei potuto fare meglio?”.

Questo ci porta direttamente al tema dell’educazione. Famiglia e scuola stanno fallendo in questo compito?

C’è un evidente problema di iperprotezione. Oggi si tende a schermare i ragazzi da qualsiasi forma di frustrazione o fallimento. Da formatore, io preferisco usare una formula molto netta, quasi ruvida: il tuo problema è tuo, e tu devi imparare a risolverlo. Non significa abbandonare i giovani a se stessi, significa fare un atto di fede nelle loro capacità, dotandoli di autonomia. Se un ragazzo cresce con la certezza che ci sarà sempre un genitore o un sistema a disinnescare le sue difficoltà, domani l’impatto con la realtà sarà devastante. Educare non significa raccogliere applausi, significa saper dire dei “no” e avere il coraggio di correggere.

In un’epoca che idolatra la libertà assoluta, la correzione viene vista quasi come un abuso… Perché confondiamo la libertà con l’arbitrio. Libertà non significa fare tutto ciò che ci passa per la testa in un determinato momento. Essere liberi significa poter scegliere, sapendo però che ogni scelta genera una scia di conseguenze di cui bisogna farsi carico. Se il comportamento di un individuo danneggia lui stesso o la comunità, chi ha un ruolo educativo ha il dovere sacrosanto di intervenire. Dire a qualcuno che sta sbagliando non è un insulto; al contrario, è la più alta forma di rispetto e di responsabilità sociale che possiamo offrire.

Lei pratica attività ad alto rischio come il volo pilotato e ha insegnato la subacquea tecnica e il paracadutismo. Come si riflettono queste discipline estreme sulla sua visione del quotidiano?

Hanno ridefinito completamente i miei parametri. Il mio vecchio istruttore di volo usava un concetto che mi è rimasto impresso nella memoria come un marchio a fuoco: “la linea dell’uomo morto”. In volo o in immersione esiste un confine invisibile. Finché resti al di qua di quella linea, hai lo spazio e il tempo per correggere l’errore. Una volta superata, la fisica non ti concede sconti: non torni più indietro. Nelle discipline ad alto rischio impari che l’incidente fatale non è quasi mai un fulmine a ciel sereno, ma la somma algebrica di una sequenza di piccole superficialità sottovalutate. Queste attività ti costringono a venerare la pianificazione, ad anticipare lo scenario peggiore e a rispettare maniacalmente le procedure. Se applichi questo rigore metodologico alla vita di tutti i giorni, le tue probabilità di successo si impennano.

Basta quindi la sola forza di volontà per scalare una montagna o svoltare nella vita?

No, la volontà senza la lucidità è solo pericolosa ostinazione. La determinazione deve essere sempre guidata da una profonda umiltà e da una pianificazione strategica. Se fallisco, non posso liquidare la questione dicendo “ci ho provato”. Devo fare un’autopsia del mio fallimento: quali strumenti mi mancavano? Dove ho peccato di superbia? Il miglioramento personale è un processo scientifico che richiede fatica, autocritica spietata e una determinazione d’acciaio.

Lei insiste molto sul fatto che gli obiettivi debbano essere “realistici”. La volontà non può superare tutto? La volontà non deve mai trasformarsi in presunzione o delirio di onnipotenza. Se un bambino di sei anni mi dice che vuole diventare un astronauta, ha davanti a sé il tempo biologico e accademico per strutturare quel percorso. Se la stessa idea viene a un uomo di cinquant’anni, la biologia e la realtà dei fatti ci dicono che quell’obiettivo, con ogni probabilità, non è più realistico. Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà e lavorare sulle proprie possibilità concrete, non sulle trame dei film americani.

Molti nostri lettori, però, potrebbero obiettare: “Facile a dirsi, ma come si fa quando si è schiacciati da un lavoro precario, relazioni tossiche o ansie paralizzanti?”. Come si gestisce il rapporto tra il nostro mondo interiore e un esterno così ostile?

La parola chiave è equilibrio. L’essere umano è un sistema complesso composto da tre dimensioni interconnesse: fisica (il corpo, l’azione), Mentale (la strategia, il pensiero) ed energetica/Spirituale (la motivazione profonda, la centratura). Quando queste tre componenti sono disallineate, l’individuo oscilla continuamente tra stati emotivi schizofrenici che impediscono di costruire qualsiasi struttura stabile. È vero, non possiamo controllare il meteo, la geopolitica o l’umore del nostro capo. Ma abbiamo il controllo totale sul modo in cui scegliamo di reagire a questi eventi. Il cambiamento non parte mai da una riforma strutturale esterna, ma da una micro-decisione interna.

Cosa significa, nel quotidiano, fare questa micro-decisione?

Significa smettere di agire in modo reattivo e iniziare ad agire in modo proattivo. Tradotto in pratica: pianificare il proprio tempo invece di subirlo; pensare cinque secondi in più prima di parlare; ascoltare per capire e non per controbattere; avere il coraggio di modificare quei comportamenti automatici che continuano a produrre i medesimi risultati fallimentari. “Se continui a fare ciò che hai sempre fatto, continuerai a ottenere ciò che hai sempre ottenuto.”  La volontà serve esattamente a questo: a mettere un bastone tra le ruote dei nostri automatismi per rompere lo schema.

Lo sport, in questo schema terapeutico, che ruolo gioca?

È la palestra perfetta, ma non per il gesto atletico in sé. Che si pratichi la subacquea, il paracadutismo, le arti marziali o la corsa nel parco, la differenza non la fa la disciplina, ma l’attitudine. Lo sport è uno specchio eccezionale perché ti mette davanti, in un ambiente protetto, ai tuoi limiti fisici, alla tua pigrizia e alle tue paure. Ogni volta che decidi volontariamente di superare un piccolo ostacolo in allenamento, stai micro-dosando la tua capacità di resistenza. Stai allenando il muscolo della volontà per prepararti a quando la vita ti imporrà ostacoli veri, senza preavviso e senza arbitro.

Un’ultima domanda, guardando al futuro. In un mercato del lavoro liquido, instabile e spesso scoraggiante, come si sopravvive?

Dobbiamo imparare a scindere i fattori macroeconomici, che sono fuori dalla nostra portata, dalla nostra sfera d’azione privata. Chi investe nel costruire competenze solide, equilibrio mentale e resilienza emotiva navigherà sempre meglio di chi aspetta tempi migliori. Mi piace chiudere spesso le mie sessioni con un’immagine marinaresca: una nave progettata e costruita con criteri di solidità affronterà una tempesta oceanica patendo forti disagi, ma alla fine vedrà il porto. Una barchetta di cartone affonderà al primo colpo di vento. Noi non abbiamo il potere di scegliere il mare che ci toccherà incrociare, né l’altezza delle sue onde. Ma abbiamo il dovere, verso noi stessi, di decidere quanto renderci solidi prima di mollare gli ormeggi. La volontà non è un talento genetico: è una scelta quotidiana, ed è accessibile a chiunque decida, finalmente, di diventare il capitano della propria vita.

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