In questa ricca e stimolante intervista, la professoressa Bianca Maria San Pietro, Academic Fellow e a lungo coordinatrice della lingua francese presso il Language Center dell’Università Bocconi di Milano, ripercorre oltre cinquant’anni di carriera dedicati alla docenza — dai 34 anni al Liceo Linguistico Marcelline di Milano ai più di quarant’anni trascorsi nelle aule dell’Università Bocconi. Tra aneddoti personali, la passione per la storia dell’arte e le anteprime sui suoi libri (Mille libri una vita e Mille luoghi una vita), la docente ci guida in una riflessione profonda sul vero valore dell’insegnamento: un’attività che supera la semplice grammatica per diventare maieutica, apertura mentale e guida indispensabile per le nuove generazioni.
Professoressa San Pietro, la sua carriera d’insegnamento vanta un percorso ricco e appassionato. Ci racconta come nasce questa vocazione e come si è sviluppata la sua prima formazione?
Ho sempre saputo di voler insegnare, la passione c’è sempre stata. Ho frequentato l’istituto magistrale proprio perché volevo acquisire un metodo pedagogico solido: studiavamo psicologia, sociologia e facevamo tirocinio nelle classi elementari. Tuttavia, la mia aspirazione era insegnare nei licei. Ho poi proseguito gli studi laureandomi in Lingue e Letterature Straniere all’Università Bocconi, dove ho avuto l’onore di avere come relatore Carlo Bo, il più grande critico di letteratura francese della storia italiana e storico rettore dell’Università di Urbino. Subito dopo la laurea mi sono proposta al Liceo Linguistico delle Marcelline a Milano (prima in Via Quadronno e poi in Piazza Tommaseo), dove ho insegnato dal 1972 al 2006. Ho amato profondamente il mio lavoro al liceo: in 34 anni di insegnamento ho fatto solo due assenze, in occasione della nascita dei miei figli! Mi alzavo la mattina sempre felice di andare a scuola.
Un’esperienza fondamentale per la sua formazione interculturale è stata anche l’opportunità di viaggiare molto fin da giovane.
Assolutamente. Devo ringraziare mio padre per la sua straordinaria lungimiranza. Prima che mi iscrivessi alla Bocconi, mi ha mandata per due anni all’estero per imparare ciò che sui libri non si impara: vivere sul posto, confrontarsi con la gente e capirne la mentalità. Andavo a Parigi ogni anno fin da quando avevo 13 anni, poi sono stata a Monaco di Baviera — dove ho imparato il tedesco vivendo presso una famiglia del posto — e successivamente negli Stati Uniti e in Inghilterra. Il mio background linguistico si è formato sul campo, attraverso i viaggi, oltre che con lo studio universitario di ben cinque lingue: francese, inglese e tedesco, spagnolo e russo.
Già negli anni ’70 e ’80, al Liceo Linguistico Marcelline avevate un approccio didattico molto innovativo e interdisciplinare. In che modo intrecciavate le varie materie?
Eravamo molto avanti per l’epoca. Organizzavamo giornate di lavoro integrato in cui i docenti di varie lingue, italiano, storia e storia dell’arte collaboravano per offrire agli studenti una visione d’insieme. Le allieve utilizzavano manuali di letterature comparate e venivano guidate nella creazione di collegamenti trasversali. Un ruolo fondamentale lo ha avuto una straordinaria docente di storia dell’arte con cui ho lavorato. Durante le uscite didattiche e i viaggi d’istruzione la sua capacità di spiegare era così affascinante che persino i turisti di passaggio si avvicinavano e chiedevano con timidezza di potersi aggregare al nostro gruppo. Aveva la dote di trasmettere concetti complessi in modo semplice ed efficace.
Nel 1984 si apre per lei un altro capitolo fondamentale: l’ingresso come docente all’Università Bocconi, dove insegna tuttora da oltre quarant’anni. Come si coniuga l’insegnamento di una lingua e cultura umanistica in un ateneo fortemente orientato all’economia e alla finanza?
Il programma della Bocconi prevede la lingua di base nel triennio e la lingua di specializzazione — il Business French o francese degli affari — nella laurea magistrale. Ovviamente non si fa lezione di letteratura in senso classico, ma il mio obiettivo è sempre stato quello di stimolare l’attenzione degli studenti arricchendo la lezione con spunti culturali e filosofici.
Ci fa un esempio di come riesce a stimolare la classe su questi temi?
Volentieri. Ad esempio, spiegando il vocabolo francese pari (scommessa), faccio notare l’omofonia con la città di Paris o con la parola italiana “pari”. Poi chiedo alla classe: “Se parliamo di scommessa, quali ricordi di filosofia del liceo vi vengono in mente?”. Improvvisamente un’aula di 80 studenti si risveglia e c’è sempre qualcuno che se ne esce con: “Forse Blaise Pascal?”. Da lì si apre una parentesi di 20 minuti o mezz’ora sull’argument du pari e sulla filosofia. A distanza di anni, molti ex allievi mi dicono di non aver mai dimenticato quelle lezioni proprio perché sapevano che c’era sempre uno spazio di apertura culturale oltre la grammatica. Gli studenti di economia hanno spesso una solida formazione liceale, ed è un terreno fertilissimo su cui lavorare.
Oggi si dice sempre ai giovani che occorre studiare l’inglese o lingue emergenti come il cinese. Che senso ha studiare il francese oggi? Apre ancora porte nel mondo del lavoro?
Assolutamente sì. Bisogna distinguere due aspetti: da un lato l’utilità professionale, dall’altro il valore formativo e culturale. Sul piano professionale, la conoscenza del francese offre un canale preferenziale notevole. Molti dei miei studenti hanno trovato eccellenti opportunità lavorative in banche d’affari o multinazionali francesi proprio grazie alla padronanza della lingua. Inoltre, non dimentichiamo che il francese è la lingua di lavoro fondamentale della Commissione Europea. Pensiamo a figure legate alla Bocconi come Mario Monti o Emma Bonino (mia compagna di corso in Bocconi), che hanno svolto ruoli di primo piano come Commissari Europei.
E dal punto di vista personale e intellettuale?
Qui sta la differenza sostanziale. Per me l’inglese è un indispensabile “attrezzo da lavoro”, come un martello o una pinza per piantare o togliere un chiodo. Il francese — così come il tedesco — è invece un vero e proprio arricchimento culturale. Imparare una lingua come il francese o il tedesco struttura la mente, insegna il rigore del ragionamento filosofico e sviluppa una particolare creatività e sensibilità verso i problemi del mondo. Non è un caso che nel Novecento tantissimi artisti, scrittori e intellettuali da tutto il mondo abbiano scelto la Francia come luogo d’elezione e d’ispirazione. Studiare il francese significa cambiare prospettiva e mettere nella propria testa un modo diverso di pensare.
Questa sua visione della lingua come apertura mentale ha guidato anche le sue scelte famigliari?
Sì. Quando i miei figli hanno dovuto scegliere la lingua straniera alle medie, ho scelto per loro il francese. Non per aiutarli nei compiti, ma perché volevo educarli e arricchirli fin da undicenni con un mondo culturale in più. L’inglese oggi si impara comunque, è diffuso ovunque; ma offrire a un ragazzo la possibilità di conoscere una seconda lingua e la sua cultura fin da giovane significa aprirgli una finestra ulteriore sul mondo. Mio figlio, ad esempio, per la tesina di terza media portò “Julie ou la Nouvelle Héloïse” di Rousseau: un bagaglio che gli è rimasto dentro per sempre.
Questa sua vasta esperienza e la sua passione per la cultura francese sono confluite anche in dei progetti editoriali. Ci parla delle sue recenti pubblicazioni?
Ho raccolto queste riflessioni in due volumi. Il primo si intitola Mille Libri, una vita e raccoglie il fior fiore dei pensieri di scrittori francesi, ma anche capitoli dedicati alla gastronomia, alla moda, ai caffè letterari e al modo di vivere in Francia. L’idea di fondo è mostrare come tanti dei problemi attuali potessero trovare risposta se avessimo letto e applicato ciò che i grandi autori ci hanno insegnato nei secoli: da Rousseau e la sua visione dell’educazione a contatto con la natura, fino alla Peste di Camus, straordinariamente attuale nel periodo della pandemia. Ci sono poi tante curiosità storiche e biografiche, come la vera origine della forma della Torre Eiffel, legata all’iniziale “A” del grande amore giovanile di Gustave Eiffel, Adrienne. Il secondo volume, in uscita entro fine novembre, si intitolerà Mille luoghi, una vita. Raccoglie circa 30 brani dedicati ai luoghi, alle stanze, ai paesaggi e ai “non-luoghi” (come il Café de Flore per Sartre e Simone de Beauvoir) dove scrittori, pittori e scultori hanno trovato l’habitat ideale per creare. Sono per la maggior parte itinerari ed esperienze che ho vissuto e visitato in prima persona.
Nel suo libro affronta figure come Monet, che osserva la realtà esterna, o Matisse, che la interiorizza. Oggi che facciamo fatica a interpretare la complessità del reale, quanto è importante insegnare ai giovani a passare dall’osservazione passiva all’interpretazione attiva?
È una domanda fondamentale. La mia risposta è che ci deve sempre essere una figura umana a guidare i ragazzi; non può farlo l’intelligenza artificiale da sola o la tecnologia priva di una mediazione emotiva. Di recente ero alla Pinacoteca Ambrosiana: c’erano bellissimi schermi interattivi dove si poteva ingrandire il dettaglio di un insetto su una natura morta per cogliere il lavoro minuzioso dell’artista. Strumento bellissimo, ma se un giovane ci si trova davanti da solo rischia di vedere solo un coleottero e passare oltre. Serve qualcuno che accenda la scintilla, che colleghi quel dettaglio a un senso più grande. Quando portavo le mie studentesse al Museo Picasso ad Antibes o al Museo Chagall a Nizza, magari non tutte recepivano al 100% sul momento. Ma a distanza di vent’anni molte di loro mi scrivono ancora ricordando l’emozione di quei quadri o delle vetrate di Chagall. L’arte e la cultura servono per ritrovare equilibrio e senso, ma richiedono maieutica, presenza e passione per poter germogliare nei giovani.