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Francesco Rapetti Mogol a Reggio Emilia: «Ai giovani dico: niente scorciatoie, servono verità e passione»

Compositore, musicista, autore e volto televisivo, Francesco Rapetti Mogol è una delle figure più eclettiche del panorama musicale italiano. Ha scritto per artisti come Eros Ramazzotti, Gianni Morandi, Gabry Ponte e Amii Stewart, ed è stato protagonista in programmi televisivi come Saranno famosi e Amici.

Figlio di Mogol, considerato il più grande paroliere italiano dell’ultimo secolo, Rapetti è stato ospite nei giorni scorsi alla Isabelle Adriani Academy, l’accademia di recitazione fondata dall’attrice Isabelle Adriani e con sede nello storico Palazzo Palazzi Trivelli, nel cuore di Reggio Emilia. Un incontro diretto con studenti e giovani artisti per raccontare cosa significa oggi lavorare nel mondo dello spettacolo e della formazione creativa, tra musica, televisione e nuove tecnologie.

La passione per l’arte e la scrittura affonda le radici nella sua storia familiare. Sua madre, Gabriella Marazzi, pittrice e scrittrice originaria di Modena, arrivò a Milano nei primi anni Ottanta dopo aver conosciuto Mogol durante una vacanza. Dal loro matrimonio è nato Francesco, il 22 giugno 1979, cresciuto in un ambiente profondamente legato alla creatività.  Nato a Milano, Francesco Rapetti Mogol ha iniziato a scrivere canzoni giovanissimo. Il suo primo brano, Questo grande pasticcio, venne interpretato da Gianni Morandi quando lui aveva appena 15 anni. Da allora ha continuato a lavorare nel mondo della musica, collaborando tra gli altri con Antonino Spadaccino, vincitore di Amici nel 2006. Nel 2008 si è presentato al pubblico come cantante partecipando a Sanremo Giovani con il brano Come un’amante, mentre il grande pubblico televisivo lo ha conosciuto anche grazie alla partecipazione al reality L’isola dei famosi nel 2011. Nonostante la notorietà, Rapetti mantiene uno stile di vita riservato. «Tengo molto alla mia privacy», ha raccontato più volte, una scelta condivisa anche dai suoi fratelli. Una discrezione che non ha mai allontanato la famiglia dal mondo artistico, ma che anzi accompagna un percorso fatto di musica, parole e continua ricerca creativa.

Mogol, partiamo dalle origini: che rapporto ha con questo territorio?
“Io sono mezzo milanese e mezzo emiliano. Mia madre era di Modena, mia nonna di Carpi: quindi sì, mi sento profondamente legato a questa terra. Sono cresciuto a gnocco fritto e tradizioni di famiglia. Tornare in Emilia è sempre un ritorno a casa.”

Qui a Reggio Emilia ha incontrato tanti ragazzi. Che impressione le hanno fatto?
“Sono rimasto colpito. Oggi non è scontato trovare giovani così desiderosi di ascoltare esperienze vere. Io racconto il mio vissuto perché può essere utile, ma poi ognuno deve costruirsi la propria strada. Non esiste una formula magica. Esiste solo la passione e la capacità di inventarsi un modo per farsi notare.”

Suo padre Giulio Rapetti Mogol è una figura monumentale della musica italiana. Quanto pesa portare il cognome Mogol?
“Tantissimo. A volte più come ostacolo che come aiuto. Se fai qualcosa di buono, c’è sempre chi pensa: “L’ha fatto il padre”. Quando ho composto Ama per Eros Ramazzotti, qualcuno disse che era impossibile l’avessi scritta io. Fa male, perché ti rendi conto che devi dimostrare il doppio. È il destino di molti figli d’arte.”

A proposito di verità: lei racconta spesso l’episodio di Zucchero “Sugar”Fornaciari agli inizi…
“Sì. Mio padre gli disse in faccia che era ancora lontano dal suo vero potenziale. Un bello schiaffo emotivo. Ma quella rabbia creativa lo ha fatto crescere. L’arte nasce dalla verità, non dagli “yes man”. Se una cosa non funziona, bisogna dirlo. È successo anche con Lucio Battisti e con tanti altri grandi.»

 Che consiglio concreto ha dato ai giovani di oggi?
“Che oggi non basta essere bravi. Devi anche saper comunicare. Devi creare qualcosa che faccia parlare di te. Ho citato Checco Zalone: non fa solo ridere, fa riflettere, divide, genera dibattito. Lo stesso faceva Adriano Celentano. Questa è intelligenza artistica.”

In che senso la comunicazione è così importante?
“Il sistema impone un linguaggio, e quel linguaggio cambia continuamente. Se sei giovane devi essere il numero uno dentro il linguaggio del tuo tempo. Solo dopo, quando sei riconosciuto, puoi permetterti di sperimentare. Altrimenti resti fuori dal gioco.”

E l’intelligenza artificiale? È una minaccia per la musica?
“Va usata, non demonizzata. Non ha senso per la composizione autorale , in quanto la musica è condivisione di emozioni, ma è rivoluzionaria negli arrangiamenti: ti fa risparmiare giorni di lavoro. Il vero problema sarà per i musicisti da studio e per gli studi di registrazione. Nel live, invece, l’essere umano resterà centrale.”

Un ultimo messaggio per i giovani di Reggio Emilia?
“Non aspettate che qualcuno vi venga a cercare. Muovetevi, sbagliate, insistete. Quando siete verticali su qualcosa, con anima e dedizione, succedono cose inspiegabili. Non subito. Ma succedono.”

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