Fino a dove può spingersi l’immaginazione? E quali grandi opere possono nascere da essa? Una delle risposte più affascinanti si trova nelle immagini della Rocchetta Mattei, lo straordinario castello dalla stravagante architettura, frutto della mente visionaria del Conte Cesare Mattei. Costruita a partire dal 1850 in località Savignano, nel comune di Grizzana Morandi (provincia di Bologna), la Rocchetta rappresenta un unicum nel panorama architettonico italiano: un luogo dove Oriente e Occidente si fondono, e dove ogni angolo sembra custodire un mistero. Dopo la morte del conte, la Rocchetta conobbe un lungo periodo di abbandono, fino a quando nel 1959 fu acquistata da Primo Stefanelli, un commerciante di Vergato — piccolo centro dell’Appennino bolognese — conosciuto da tutti come “Il Mercantone”. Se Mattei fu un visionario, Stefanelli fu un praticante di sogni: capace di vedere, tra le rovine del dopoguerra, un futuro possibile fatto di rinascita, cultura e nuove opportunità per la sua comunità. All’interno della Rocchetta, dove si ripete spesso il motto “nulla è ciò che sembra”, Mattei sviluppò una disciplina medica alternativa, da lui chiamata “elettromeopatia”, che lo rese celebre in tutto il mondo e gli valse il soprannome di “ultimo alchimista della storia”. Visitare oggi la Rocchetta Mattei non significa solo scoprire un luogo unico, ma anche immergersi nella mentalità, nel metodo e nella passione di due uomini molto diversi tra loro, ma uniti da una visione comune: lasciare un segno duraturo. Cesare Mattei e Primo Stefanelli sono legati da un filo invisibile che ancora oggi attraversa le stanze, le torri e i cortili di questo castello incantato. Dopo mesi di chiusura a causa delle restrizioni legate alla pandemia, la Rocchetta Mattei è finalmente riaperta al pubblico: un’occasione preziosa per tornare a sognare, percorrendo le orme di chi ha creduto nell’impossibile. Tornerò presto a visitarla, per lasciarmi nuovamente contaminare dalla sua atmosfera sospesa tra storia, fantasia e mistero. E lo consiglio a chiunque desideri vivere un’esperienza fuori dal tempo. Nel frattempo, per conoscere meglio questo straordinario angolo di Appennino, ho incontrato la Dott.ssa Antonietta Stefanelli, ultima proprietaria della Rocchetta e figlia del Mercantone di Vergato. Buona lettura!

Antonietta Stefanelli, sei stata l’ultima proprietaria del Castello Rocchetta Mattei, alle porte di Bologna, conosciuto anche come il Castello delle Fiabe. Che storia ha questo castello?
Insieme a mio fratello Giuseppe, sono stata l’ultima proprietaria della Rocchetta Mattei, ereditata dai nostri genitori, Elena Sapori e Primo Stefanelli. La Rocchetta deve il suo nome al Conte Cesare Mattei, che la fece edificare a partire dal 1850 sulle rovine di antichi manieri, un tempo appartenuti a Federico II e, successivamente, a Matilde di Canossa. La storia completa sarebbe troppo lunga da raccontare in poche righe, ma posso dire, in sintesi, che il Conte Mattei nacque a Bologna nel 1809 e ricevette il titolo di conte da Papa Pio IX, in seguito a una donazione di terreni nella zona di Comacchio. Uomo colto e ambizioso, Cesare Mattei si dedicò con passione alla realizzazione del suo castello ideale, dirigendo personalmente i lavori della Rocchetta. Parallelamente si concentrava su studi di medicina alternativa, e fu proprio in questo contesto che ideò l’Elettromeopatia, una terapia che ottenne ampia diffusione e gli portò notorietà internazionale. Dopo la sua morte, la gestione del castello da parte degli eredi conobbe fasi alterne, fino a quando, nel 1959, mio padre decise – con grande sorpresa della nostra famiglia e degli abitanti di Vergato – di acquistarlo. La Rocchetta, nel corso del tempo, era stata messa in vendita più volte, ma senza successo, probabilmente per motivi rimasti oscuri. All’epoca era considerata dai più una sorta di bizzarra imitazione, un insieme “kitsch” di stili architettonici mescolati senza criterio. A mio avviso, con quell’acquisto mio padre salvò la Rocchetta Mattei da una rovina certa, trasformandola in una meta turistica in grado di attrarre visitatori e dare nuova vita a quel luogo straordinario. Negli anni ’80, purtroppo, mio padre venne a mancare improvvisamente. Io vivevo a Bologna con la mia famiglia e, insieme a mio figlio Paolo, ci volle del tempo prima di trovare l’acquirente giusto, qualcuno che sapesse cogliere il valore e il potenziale del castello, e soprattutto che avesse il desiderio di restituirgli il suo antico splendore. Nel 2005, finalmente, la Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna acquistò la Rocchetta e da allora ha avviato un importante lavoro di restauro fedele e rispettoso, che prosegue ancora oggi.

Tuo padre, Primo Stefanelli, conosciuto da tutti come il Mercantone, è stato protagonista di una delle più importanti imprese economiche della Valle del Reno, nel secondo Dopoguerra ed è legato indissolubilmente a quello del conte Cesare Mattei, fondatore della Rocchetta. Puoi parlarci di lui?
Certo, mio padre era un uomo straordinario, animato da una profonda convinzione in ciò che faceva, e lo dimostrò pienamente dedicandosi alla Rocchetta Mattei. Con coraggio e passione, riparò i gravi danni che la guerra aveva inflitto alla struttura, e senza mai perdere entusiasmo coinvolse tutta la famiglia anche nella gestione dell’albergo, ricavato dal villino donato dal Conte Mattei al figlio adottivo Mario. La Rocchetta si trasformò così in una vera e propria impresa turistica, riscuotendo grande successo nell’area di Riola e nei dintorni. Ricordo ancora quella domenica pomeriggio, quando lo vidi per l’ultima volta al castello. Il giorno dopo, improvvisamente, ci lasciò. Quell’ultima volta mi disse, indicando con il dito la lunga fila di auto parcheggiate a ridosso del castello: “Vedi? Quello che diceva la gente non era vero. Hai visto quante persone ci sono?”. Poi aggiunse: “Ma tu, mi raccomando, studia omeopatia. Non basta laurearsi in farmacia, il Conte sarà contento.”
Quello di Mattei era il sogno di un uomo che voleva curare il mondo. Tuo padre Primo ti convinse a seguire la strada della professione farmaceutica e poi erboristica. Puoi raccontarci quel periodo?
Sono stati davvero anni da fiaba. Avevo appena tredici anni quando mio padre acquistò il maniero. Piano piano cominciavo a rendermi conto che la Rocchetta stava prendendo vita, anche se molti abitanti di Vergato erano inizialmente scettici e perplessi riguardo a quell’acquisto. Ma lui non si fermava: continuava a restaurare, a comprare, a lanciare nuove iniziative con entusiasmo instancabile. Nel mio paese, dove un tempo mi chiamavano “La Mercantona”, cominciai a sentirmi chiamare “La Contessa”. Ben presto, Primo Stefanelli non si limitò solo alla Rocchetta, ma iniziò a ricostruire dal nulla, dando nuova vita ai palazzi distrutti dalla guerra e fondando nuove attività commerciali. Ogni volta che un progetto si concludeva, si festeggiava con una cena al Castello: momenti di gioia in mezzo a tanto lavoro e pochissimo svago. Mio padre amava che si facesse la “bandiga” , la benedizione, dopo ogni impresa conclusa. Solo in seguito scoprii che la parola “famiglia” deriva dal latino Benedictus, cioè “benedetto”. Così capii che, con quelle cene, mio padre voleva dare una vera e propria benedizione ai suoi progetti, quasi a suggellarne il destino. E proprio nel destino lui credeva fermamente. Quando un affare non andava a buon fine, soleva ripetere con calma:
“Perché ti preoccupi? È stato il destino.”

Quello di Mattei era il sogno di un uomo che voleva curare il mondo. Tuo padre Primo ti convinse a seguire la strada della professione farmaceutica e poi erboristica. Puoi raccontarci quel periodo?
Erano gli anni ’70 quando mio padre mi disse: “Perché non ti laurei in Farmacia e poi in Omeopatia, così potrai continuare il lavoro del Conte?” All’inizio rimasi un po’ perplessa, ma l’anno successivo mi iscrissi alla facoltà di Farmacia. Con il tempo, mi appassionai anch’io alla storia delle erbe officinali che il Conte coltivava nel suo parco, da cui ricavava i suoi rimedi. Mio padre mi disse anche: “Vedrai che successo avrà la Rocchetta, ma ancora di più crescerà lo sviluppo della storia dell’elettromeopatia.” Purtroppo, mio padre scomparve prematuramente e non poté assistere a tutto ciò che è accaduto dopo, ma il suo sogno ha continuato a vivere.
Oggi il Castello, di proprietà della Fondazione Carisbo di Bologna dal 2005, è diventato negli anni il volano del rilancio turistico del nostro Appennino. Fin da bambina hai vissuto e lavorato nel castello. Qualche ricordo delle attività che si svolgevano dentro le mura ?
All’interno della Rocchetta si svolgevano numerose attività: dalla ristorazione all’accoglienza, fino alla concessione della struttura come location per produzioni cinematografiche. Proprio qui sono stati girati tre film importanti: nel 1968 Balsamus, l’uomo di Satana, diretto da Pupi Avati, e poi, nel 1984, Enrico IV di Marco Bellocchio. Nel 1977, invece, al Castello Carrobbio, è stato girato il film Tutti defunti tranne i morti, sempre diretto da Pupi Avati, In quelle occasioni ho vissuto momenti di autentica meraviglia, immergendomi nel magico mondo degli attori e dell’intera troupe. Ricordo che, al termine delle riprese, si cenava tutti insieme nel ristorante della Rocchetta e poi si andava a ballare nella suggestiva Sala dei Novanta. Io li raggiungevo solo dopo aver terminato i lavori in sala, e ogni volta che entravo sentivo i commenti scherzosi dei presenti:
“Ecco arrivare la Contessa!” Ammetto che un po’ mi vergognavo, ma quei momenti restano tra i miei ricordi più vivi e felici.

Come tutti i castelli anche la Rocchetta Mattei è caratterizzata da aneddoti e leggende. Puoi raccontarcene una?
Non è una leggenda, ma una verità che mia madre mi ha raccontato. Avevo circa vent’anni quando lei si trovava sola al castello, in una giornata di autunno inoltrato, verso le cinque del pomeriggio. Un forte temporale si abbatté improvvisamente, con tuoni fragorosi e lampi che illuminavano il cielo. All’improvviso mancò la corrente. Mia madre, con la torcia in mano, si avviò verso il quadro elettrico per rialzare gli interruttori. Ma proprio mentre stava entrando dal portone, vide qualcosa che la fece gelare: un fantasma bianco, quasi trasparente, con delle catene ai piedi. Sconvolta, cadde sui gradini e, terrorizzata, implorò: “La prego, non mi faccia niente!” Il fantasma indietreggiò lentamente. Elena fuggì in strada, ma dopo qualche minuto trovò il coraggio di tornare al castello per chiamarmi al telefono: “Antonietta, vieni su, ho visto un fantasma!” Qualche anno fa, dopo il restauro, organizzai una visita guidata al castello con circa 45 persone. Proprio alla fine del tour, un temporale scoppiò all’improvviso, con fulmini, tuoni e una pioggia battente. Tutti rimasero stupiti, dicendo: “Ma come è possibile!” Io pensai subito alle spoglie mortali del Conte Mattei, il cui desiderio – scritto nel rogito – era che non venissero mai spostate dal castello, rispettando la sua volontà di restare per sempre lì. Quel temporale sembrò quasi un ringraziamento da parte sua, un segno misterioso ma intenso, che ha lasciato un ricordo indelebile in tutti noi.
