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Tiziano Cassanelli e Omega Keramica: Il Museo che Racconta la Storia delle Piastrelle di Sassuolo

Nel cuore di Sassuolo, città simbolo della ceramica italiana, nasce un progetto che unisce passione, memoria e innovazione: Omega Keramica, il Museo delle Piastrelle Celebrative, ideato da Tiziano Cassanelli. Dietro ogni piastrella custodita c’è una storia unica, che racconta il miracolo economico del Distretto Ceramico, l’eccellenza industriale e le tradizioni culturali del territorio. Cassanelli, con dedizione e visione, ha trasformato un hobby e una curiosità personale in un patrimonio condiviso, capace di far rivivere la storia e il valore artistico delle piastrelle italiane a un pubblico sempre più ampio.

Tiziano Cassanelli, come è nata la tua passione per le piastrelle celebrative e per la ceramica? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questa passione poteva diventare qualcosa di più grande?

La mia passione è sbocciata immergendomi nell’arte, nella cultura e nella storia del Distretto Ceramico. Ho cominciato a vivere con curiosità ogni dettaglio, ad apprezzare le storie dietro ogni opera e ogni tradizione. Credo che il momento in cui ho davvero capito quanto questa passione stesse crescendo sia arrivato quando, al bar, gli anziani del paese cominciavano a chiedermi informazioni su argomenti che fino a poco tempo prima ero io a ricercare o a scoprire con fatica. In quel momento ho realizzato che quella curiosità che mi aveva spinto a imparare stava diventando qualcosa di condiviso, qualcosa che potevo trasmettere agli altri

Alcune delle tue piastrelle rievocano Ferrari e personaggi storici come Gilles Villeneuve. Cosa significa per te custodire questi pezzi unici?

Per me è un vero onore custodire queste piastrelle, perché racchiudono la memoria del periodo del miracolo economico del Distretto Ceramico. Ma il valore va oltre: custodirle significa preservare oggetti unici al mondo, che probabilmente nessun museo ha mai considerato o valorizzato a dovere. Queste piastrelle raccontano storie che rischiavano di perdersi, e avere la possibilità di proteggerle e farle conoscere è per me un privilegio straordinario.

Come riesci a coltivare questa passione insieme al lavoro quotidiano, senza farla diventare solo un hobby?

In poche parole, il mio lavoro è semplice ma stimolante: collaboro quotidianamente con ceramiche e carpenterie ad esse collegate, raccogliendo notizie ed esperienze che poi porto in sede, trasformandole in valore concreto per l’azienda.

Collezionare decine di piastrelle richiede attenzione e cura. Come selezioni i pezzi e quali criteri segui per dare forma alla tua collezione?

.Collezionando migliaia di piastrelle, il criterio che seguo è profondamente legato alla nostra terra e alla nostra storia. Ad esempio, ci sono le piastrelle dedicate a Ferrari e ad altre case automobilistiche e motociclistiche, che raccontano la storia della “Motor Tile Valley”. Altre invece celebrano la tradizione religiosa tipica italiana, e così via: ogni piastrella diventa una testimonianza unica di cultura, industria e identità del nostro territorio.

Molti pezzi nascono dalla collaborazione con artisti o aziende locali: quanto è importante per te il legame tra artigianato e arte nella tua collezione?

L’artigianato legato all’arte è indispensabile, anche se i sassolesi si considerano più industriali che artisti, motivo per cui per molti anni la città non ha voluto far parte delle “Città delle Ceramiche”. Dal mio punto di vista, e potrei anche sbagliarmi, gli studi ceramici non hanno ricevuto il supporto che meritavano dalle aziende, perdendo così importanti occasioni di ricerca e innovazione. Questo, a mio avviso, ha contribuito a farci perdere posizioni a livello mondiale nelle vendite di ceramiche.

Quando hai iniziato a pensare a un museo vero e proprio, quali sono stati i primi passi concreti per trasformare la passione in progetto?

Ho cominciato a pensare al museo quando mi sono reso conto di avere tra le mani materiale davvero unico. In realtà, questa passione è sempre stata un’attività concreta: inizialmente realizzavo tavolini con le piastrelle. Poi, un giorno, uno di questi tavolini è andato via e mi sono accorto che non sapevo se sarei riuscito a reperire piastrelle simili. In quel momento mi sono fermato, ho riflettuto e così è nata l’idea della Mostra, che poi è diventata il Museo: una sorta di “piano B” per preservare e condividere tutto questo patrimonio unico.

Creare un museo da zero non è semplice. Quali competenze e capacità hai dovuto sviluppare lungo il percorso?

Un passo alla volta, cercando di godersi ogni momento: ci sono soddisfazioni che resteranno per sempre, anche se a volte arrivano quando meno ce lo aspettiamo, quindi è importante apprezzarle sul momento. Per quanto riguarda le competenze, si tratta di continua ricerca e studio, e di visitare costantemente musei di diversi settori. Per le capacità personali, sto lavorando molto e so di dover fare ancora tanta strada, considerando fin dove vogliamo arrivare.8.Una delle difficoltà maggiori è che ci autofinanziamo. Spesso, nel mio ruolo di amministratore, penso prima al progetto e alla sua qualità, piuttosto che al ritorno economico immediato

Ci puoi raccontare un momento in cui la passione da sola non bastava e hai dovuto affrontare difficoltà pratiche o organizzative?

Come dicevo, essendo l’attività strettamente legata alla collaborazione con alcune ceramiche, spesso capita di raccogliere materiale unico per la mostra o il museo che altrimenti sarebbe stato gettato. Tutto viene quasi da sé. Non è solo questione di costanza: per raggiungere gli obiettivi che mi sono prefissato, ho imparato a non disperdere energie in situazioni che un tempo avrei affrontato con conflitto. Ora lascio scorrere certe cose per concentrarmi sull’unico obiettivo finale.

Come organizzi il tuo tempo tra lavoro e progetto del museo? Ci sono abitudini o strategie che ti aiutano a mantenere il focus e la costanza?

È fondamentale valorizzare la storia del Distretto Ceramico e dell’Italia, soprattutto quando eravamo al numero uno nel mondo. Basti pensare che, un tempo, bastava dire “Sassuolo” in Cina perché tutti sapessero che si parlava di piastrelle: un riconoscimento che racconta l’eccellenza e la reputazione globale del nostro territorio.

La tua collezione racconta un’epoca della ceramica italiana poco valorizzata. Perché ritieni importante preservare questa memoria?

Purtroppo, a Sassuolo molti non conoscono la differenza tra “crudo” e “cotto” in ceramica, pensando a un salume piuttosto che a un vero processo produttivo. Per questo, credo che ancora oggi Sassuolo fatichi a ottenere il riconoscimento che meriterebbe per la sua storia e la sua eccellenza nel settore ceramico.

Stai aprendo a partnership e collaborazioni: che tipo di interlocutori cerchi per realizzare il progetto su scala più ampia e interattiva?

L’ideale sarebbe avere qualcuno proveniente dalla filiera delle ceramiche, ma non direttamente da una singola azienda. Tuttavia, se in futuro emergeranno altri settori interessanti, non escludo la possibilità di valorizzare entrambi, ampliando così le opportunità di collaborazione e crescita.

Se dovessi dare un consiglio a chi vuole trasformare una passione in un progetto concreto, quale sarebbe? 

Qualsiasi percorso decideranno di intraprendere non sarà semplice: dovranno creare qualcosa che nessuno ha ancora realizzato. Nelle difficoltà, la passione diventa l’arma principale per sopravvivere e distinguersi. Credo sia molto più motivante essere i primi a fare qualcosa, piuttosto che inseguire altri che difficilmente potrebbero essere eguagliati.

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