Ci sono persone che attraversano la vita come viaggiatori, e altre che la attraversano come cercatori. Isabel Adriani appartiene alla seconda categoria: scrittrice, attrice, storyteller e studiosa delle origini nascoste delle fiabe, è una delle voci più affascinanti e insolite del panorama culturale italiano. La sua missione? Ritrovare la verità dietro i miti, riportare alla luce volti, luoghi e storie reali che per secoli si sono nascoste sotto il velo dell’incanto. Figlia di un neurologo-scienziato e cresciuta tra libri, archivi e immaginazione, Isabel ha trasformato un dono infantile – la capacità di credere nelle fiabe anche quando tutti la deridevano – in un metodo di ricerca unico, che unisce rigore storico e intuizione simbolica. Ha viaggiato per mezzo mondo, dall’Egitto alla Cina, da Harvard alla Biblioteca di Alessandria, inseguendo tracce antiche come archeologa dell’immaginario. Autrice dell’imponente enciclopedia Il DNA della Fiaba in dodici volumi e di romanzi storici di grande respiro, Isabel Adriani restituisce dignità ai personaggi che credevamo inventati, dimostrando che ogni fiaba contiene un nucleo di verità: un destino, un dolore, un amore dimenticato.
In questa intervista ci guida dentro il suo universo di ricerche, scoperte e avventure straordinarie – un viaggio dove mito, storia e umanità si intrecciano, ricordandoci che le fiabe non sono semplici racconti per bambini, ma il codice segreto della memoria dell’umanità.
Isabelle, da dove nasce il tuo amore per le fiabe? È una passione dell’infanzia o una scoperta successiva?
Da sempre, direi. Mio padre, neurologo e scienziato, mi leggeva le fiabe quando tornava a casa. Mi mandarono a studiare all’estero per la prima volta a otto anni, e le storie divennero il mio rifugio, il mio codice segreto di sopravvivenza. A scuola sono stata vittima di bullismo: mi prendevano in giro proprio perché credevo nelle fiabe. Un giorno, dopo le solite derisioni e minacce, dissi: “Prima o poi vi dimostrerò che le fiabe sono vere.” Da allora non ho più smesso di cercare la verità nascosta dietro i racconti che tutti credono fantasia. Le fiabe mi hanno insegnato la grazia, la forza e il coraggio di continuare anche quando nessuno ti crede. Sono state il mio destino, la mia guida, anche quando non avevo altri punti di riferimento.

Hai intitolato la tua tesi di laurea “Il DNA della Fiaba” e poi l’hai trasformata in un’enciclopedia in 12 volumi. Qual è stata la scintilla che ti ha spinto a trasformare un lavoro accademico in un progetto così articolato?
“Il DNA della Fiaba” è il titolo della mia tesi universitaria, ma non è mai stato solo un lavoro accademico: è stata una vera e propria chiamata. Le fiabe continuavano a bussare dentro di me come voci antiche che chiedevano di essere ricordate. Dopo anni di viaggi, archivi e scavi nella memoria collettiva, ho capito che forse la mia missione era questa: dovevo restituire alle fiabe la loro vera origine. Così è nata l’enciclopedia Il DNA della Fiaba in dodici volumi: una mappa di fatti reali dietro fiabe e leggende che attraversa culture e secoli.
Ogni volume è un frammento di verità ritrovata, un anello mancante tra storia e mito.
Hai parlato di anni di viaggi, archivi e antiche biblioteche. Come si svolge il tuo lavoro di ricerca delle fonti storiche? Hai un metodo specifico?
È molto complesso. Prima ricerco le molteplici versioni della fiaba e cerco di capire in quale regione del mondo si trovano le versioni più antiche; poi, se le notizie sono frammentarie, mi reco sul posto e cerco negli archivi della zona ogni documento del periodo storico che il mio intuito, la ricerca e qualche minuscolo indizio mi suggeriscono. Appena trovata una pista in un fatto di cronaca — e spesso non dormo né mangio per giorni, con grande disperazione di mio marito! — la inseguo come un segugio. Appena trovo una fonte storica, ne cerco altre che corroborino la mia tesi. A volte scopro studi precedenti e vado ad approfondire dettagli ancora inesplorati; altre volte non si trova quasi nulla, oppure emergono informazioni contrastanti e allora la ricerca diventa una vera investigazione: Dove? Quando? sono le domande fondamentali. Seguo il metodo scientifico di Galileo, ma unisco al rigore accademico il mio intuito simbolico. Consulto decine di testi, confronto codici e traduzioni in lingue antiche – dal greco all’egizio, dal latino al sumero – e in questo le nuove tecnologie aiutano, ma le uso solo per traduzioni o prime ricerche superficiali.
Parlo cinque lingue, e questo mi aiuta moltissimo: molti dettagli li ho trovati in testi antichi francesi e tedeschi. Sono anche una collezionista tematica di libri antichi su fiabe, miti e leggende, e proprio lì ho scovato cose incredibili, che conservo gelosamente nella mia biblioteca personale. È un lavoro che ho cominciato a sette anni, quando invece di una Barbie chiesi un libro antico per il mio compleanno, e non è mai finito. Lavoro come un’archeologa dell’immaginario: seguo i personaggi, i nomi, gli oggetti magici, i luoghi. Quando un elemento si ripete in civiltà diverse, so che sto toccando una memoria archetipica comune. Ho studiato in università, monasteri, biblioteche e musei di mezzo mondo – da Harvard ad Alessandria, dalla Siria alla Germania, dalla Cina al Cairo, dalla Francia alla Giordania, dalla Spagna alla Russia, da Napoli a Parigi – ovunque mi portino le fiabe. Ogni frammento ritrovato mi ha portata più vicino a quella verità che da bambina sentivo nel cuore: le fiabe sono memorie storiche codificate in forma mitica.

Quali sono state le difficoltà maggiori nella tua indagine storica sulle fiabe?
La mancanza di fonti reali e la superficialità di molti che, allo scetticismo, uniscono l’ignoranza o l’incapacità di vedere oltre il muro.
Alcuni copiano informazioni dai miei libri senza citare le fonti e le pubblicano online in modo impreciso, ma come in Via col vento, me ne infischio, perché ho dedicato e dedico la mia vita alle fiabe, e questo non è negoziabile. Mi dà gioia e soddisfazione farlo, e ogni scoperta mi conferma che è la mia missione. Ogni volta che ritrovo il vero nome di un personaggio, è come ridargli dignità e amore. Per anni nessuno credeva possibile che dietro una fiaba potesse esserci una persona reale o un fatto storico. Mi sono sentita spesso una specie di Cenerentola della ricerca: esclusa, derisa, ma non mi ha mai sfiorato l’idea di fermarmi. Ho dovuto affrontare ostacoli pratici: archivi chiusi, biblioteche in restauro, luoghi remoti, manoscritti introvabili. Ma ogni difficoltà è diventata una prova iniziatica, proprio come nelle fiabe.
La figura di Cenerentola è centrale nel tuo lavoro. Chi era davvero Rhodopis? E cosa ti ha colpito di più della sua storia?
Rhodopis era una giovane schiava tracia portata in Egitto, compagna di schiavitù di Esopo, amata dal fratello di Saffo e dal faraone Amasis.
La sua storia, narrata da Erodoto, Eliano, Strabone, Manetone, Plinio il Vecchio, Diodoro Siculo e Posidippo di Pella, è la più antica versione di Cenerentola. Non posso svelare troppo del romanzo storico che ho scritto, ma mi ha colpito la sua forza interiore: una donna straniera, bellissima sì, ma soprattutto assetata di conoscenza, umile e forte allo stesso tempo, che grazie alla sua forza interiore divenne regina. È il simbolo del riscatto, della vittoria della purezza sul potere, dell’amore e della libertà sulla schiavitù. Rhodopis non è solo un personaggio storico: è l’archetipo della rinascita, come la fenice. È la prova che la determinazione può cambiare il destino.
Puoi spiegare meglio la frase “Cenerentola è uno spirito che vive dentro tutti noi”?
Le fiabe sono metafore di vita. Ogni storia ha un protagonista, una meta da raggiungere e un ostacolo da superare: proprio come la nostra vita. Cenerentola non solo è vissuta davvero, ma ha dimostrato al mondo che tutto è possibile. Come dico sempre: “Se Cenerentola è esistita, allora tutto è possibile!” La sua storia ci mostra che anche quando tutto sembra perduto, il destino opera in modo invisibile. Sta a noi riconoscere le occasioni quando arrivano. Cenerentola è il nostro lato luminoso che continua a credere in un destino migliore anche dopo mille umiliazioni: è la voce dell’anima che non smette di sognare, anche quando tutto intorno crolla. Dentro ciascuno di noi c’è una Cenerentola che aspetta di essere riconosciuta — non per sposare un principe, ma per ritrovare la propria dignità e riscoprire il proprio valore. Per questo dico che Cenerentola è uno spirito universale: rappresenta la parte più coraggiosa e divina dell’essere umano, quella che risorge sempre, come la fenice.
Tra tutti i personaggi di cui hai scoperto le origini storiche, ce n’è uno che ti ha emozionato più di tutti?
Ogni volta che scopro il vero nome di un personaggio che ha ispirato una fiaba, mi commuovo: per secoli nessuno lo ha più nominato, mentre il titolo della sua storia viene pronunciato ogni giorno da madri e bambini in tutto il mondo. Scoprire che Aladino era un ragazzino siriano e che la storia fu aggiunta secoli dopo alle Mille e una notte fu un vero giallo dell’antichità. Ma l’emozione più grande fu trovare l’albero genealogico di Biancaneve: alle quattro del mattino mi misi a piangere di gioia! Ogni fiaba nasconde un volto, una storia, una casa, una famiglia. Dietro la magia si celano guerre, amori, dolori, rinascite. Anche quando finiscono male nella realtà, ricordarne il nome è come restituire loro la vita che non hanno potuto vivere.

Hai detto che le fiabe sono “codici della memoria dell’umanità”. Cosa intendi?
Le fiabe non sono semplici racconti per bambini, ma archivi simbolici del passato dell’umanità. In esse si nascondono conoscenze astronomiche, storiche e spirituali trasmesse oralmente per millenni. Sono DNA rali che portano in sé la memoria collettiva dei popoli: ogni drago, castello o scarpetta è un simbolo di verità antiche, codici che parlano del nostro bisogno di amore, libertà e immortalità. Le fiabe sono il linguaggio più antico e universale dell’anima.
Cosa possono insegnarci oggi, in un mondo digitale e iper-razionale, le fiabe classiche e le loro origini?
Ci ricordano chi siamo.
Senza storia e memoria non potremmo comprendere la nostra identità. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale e dell’apparenza, le fiabe ci riportano al cuore del nostro essere, ci ricordano gli antichi valori e la comunione tra i popoli. Einstein diceva: “Se vuoi che tuo figlio sia intelligente, leggigli le fiabe. Se vuoi che sia più intelligente, leggigli più fiabe.” Le fiabe insegnano la compassione, la speranza, la costanza e la determinazione a perseguire un sogno. Ci educano a leggere la realtà come simbolo, non solo come superficie. E ci mostrano che il lieto fine non è un’illusione, ma una scelta: credere nella luce anziché nel buio, e non fermarsi mai.
Hai già in mente altri volumi o temi legati al mondo delle fiabe da approfondire?
Sì, il mio lavoro è in continua espansione. Esplorerò le leggende di Re Artù e la vera storia di Maria Maddalena, sulla quale raccolgo fonti da anni. Sono stata da poco nella grotta della Sainte-Baume, un luogo mistico e incredibile che invito tutti a scoprire. Dopo Il DNA della Fiaba sto approfondendo i legami tra mito, genetica e linguaggio sacro: le origini comuni dei riti, delle parole e dei simboli che ancora oggi influenzano la nostra psiche. Vorrei anche dedicare un volume alle Fiabe della Pace – o come le chiamava Naguib Mahfuz, premio Nobel egiziano per la letteratura, ‘Tales of Hope’, le Storie della Speranza* – per raccontare come le stesse fiabe, da Cenerentola a Mulan, esistano in tutte le culture, dimostrando che l’umanità condivide un’unica voce.
Quando ebbi l’onore di intervistarlo ero una ragazzina, e andai in Egitto apposta per incontrarlo, Naguib Mahfuz si trovava al Cairo, non voleva vedere nessuno ed era protetto da guardie perché era stato già gambizzato due volte, gli scrissi una lettera ad una mail trovata sulla quarta di cover di un suo libro ed incredibilmente lui accettò di vedermi, mi hanno incappucciata e messa su un camioncino per portarmi da lui in un garage sotterraneo: rischiai molto ma ne vale la pena. Appena lo vidi lo abbracciai. .
Mi disse che stava lavorando proprio alle Tales of Hope, le Storie della Speranza. A 93 anni e dopo quello che gli era successo. Mi commossi. Fu la sua ultima intervista: morì pochi mesi dopo. Da allora porto con me quella frase come un’eredità spirituale: le fiabe e le storie vere portano speranza e possono essere strumenti universali di pace.
