Da oltre vent’anni impegnata nella promozione delle pari opportunità, l’avvocato Mirella Guicciardi racconta il suo percorso tra istituzioni, ordini professionali e tavoli interdisciplinari. Dal ruolo di Consigliera di Parità in Provincia di Modena fino alla guida del Coordinamento regionale per le Pari Opportunità, la sua battaglia è quella di trasformare in fatti concreti un principio ancora troppo spesso solo dichiarato. Tra sfide culturali, dati economici e nuove frontiere digitali, l’intervista traccia un quadro lucido e appassionato del lavoro necessario per garantire davvero uguaglianza e inclusione nel mondo del lavoro e delle professioni.
Avvocato Guicciardi, ci racconta in poche parole il suo percorso e cosa l’ha portata a interessarsi alle pari opportunità?
Il mio impegno per le pari opportunità nasce da lontano, quasi venticinque anni fa, quando nel 2001 sono stata nominata Consigliera di Parità supplente della Provincia di Modena, incarico confermato per due mandati fino al 2010 con decreto ministeriale. È stato il primo vero laboratorio sul campo: ascoltare le storie, intercettare le discriminazioni, capire quanto spesso le disuguaglianze siano silenziose ma strutturali. Da lì, il percorso si è naturalmente allargato al mondo delle professioni. Dal 2010 ho iniziato a lavorare all’interno dei Comitati per le Pari Opportunità degli Ordini professionali, diventando vicepresidente del CPO dell’Ordine degli Avvocati di Modena e poi coordinatrice e presidente delle Commissioni pari opportunità del Comitato Unitario delle Professioni, a livello provinciale e regionale. Un impegno che oggi prosegue come coordinatrice regionale del CPO del CUP Emilia-Romagna. In tutti questi anni ho affiancato all’attività istituzionale un lavoro costante di studio, ricerca e proposta, con un obiettivo preciso: garantire che l’accesso e l’esercizio delle professioni siano davvero uguali per tutti, senza che il genere – o qualsiasi altra condizione – diventi un ostacolo invisibile ma decisivo. Perché la parità non è uno slogan, ma una pratica quotidiana da costruire, regola dopo regola, scelta dopo scelta.

Può spiegarci in poche parole cos’è il CUP e qual è il ruolo della sua Commissione per le pari opportunità-CPO CUP- all’interno di questo comitato?
Il Comitato Unitario Permanente degli Ordini e Collegi Professionali di Modena nasce con una missione chiara: unire le professioni per difenderne l’autonomia, i valori di libertà e gli interessi comuni, morali ed economici. Ma è nel 2010 che il CUP accende un faro su una questione allora ancora poco visibile: la profonda disparità di redditi e fatturati tra donne e uomini nelle libere professioni. Un dato che non poteva restare confinato nelle statistiche. Proprio in quell’anno, l’Ordine degli Avvocati mi propose di entrare nella Commissione Pari Opportunità del CUP per avviare un lavoro sistematico di ricerca e sensibilizzazione. Da lì sono nati studi, convegni e momenti di confronto che hanno messo nero su bianco un problema strutturale: la disuguaglianza economica di genere non è un’eccezione, ma una costante anche nei contesti professionali più qualificati. È stato l’inizio di un percorso che ha trasformato numeri e percentuali in politiche, proposte e azioni concrete, con l’obiettivo di portare la parità fuori dalle dichiarazioni di principio e dentro le regole che governano davvero l’accesso, la carriera e il riconoscimento nelle professioni.

Quale sfida le è sembrata più stimolante e qual è stata un’iniziativa recente di cui va particolarmente fiera?
Uno dei fronti più delicati è stato quello dei numeri. All’interno del gruppo di lavoro mi sono occupata della raccolta e dell’aggiornamento sistematico dei dati statistici su redditi e fatturati nelle libere professioni, con un’attenzione particolare alle differenze di genere. Un lavoro paziente, svolto in collaborazione con le Casse previdenziali, che ha incluso anche i professionisti dipendenti pubblici iscritti agli Ordini e ai Collegi. Dietro tabelle e percentuali è emersa una fotografia chiara: il divario economico tra donne e uomini attraversa tutte le professioni e non si colma con il solo accesso formale agli Albi. Trasformare questi dati in strumenti di analisi e di proposta è stato il primo passo per rendere visibile una disuguaglianza spesso ignorata, ma decisiva per le carriere e per l’autonomia reale delle professioniste.

Come collaborate con altre realtà locali o nazionali per promuovere l’inclusione?
Un altro snodo fondamentale è stato il lavoro nei tavoli comunali e regionali sulle politiche di genere, veri crocevia di competenze e responsabilità. Attorno allo stesso tavolo si sono confrontate associazioni femminili, sindacati confederali, rappresentanze dei datori di lavoro, associazioni di categoria, autorità e istituzioni, fino alle diverse magistrature coinvolte nella tutela dei diritti. In questi contesti il tema della parità ha assunto una dimensione concreta, spesso conflittuale: dal lavoro alla conciliazione dei tempi di vita, fino alla tutela processuale nei tribunali del lavoro, dove le discriminazioni diventano casi giudiziari prima ancora che problemi sociali. È lì che si misura la distanza tra le norme e la loro applicazione, ed è lì che il dialogo tra mondi diversi diventa essenziale per trasformare i principi in diritti effettivi.
Secondo lei, quali ostacoli le donne incontrano ancora oggi nel mondo professionale? Come vede evolvere la cultura della parità di genere nel mondo del lavoro?
Il vero ostacolo, oggi, non è l’accesso al lavoro, ma la possibilità di costruire una carriera. I problemi di conciliazione tra vita privata e professione continuano a colpire soprattutto le donne, frenandone l’avanzamento proprio nei momenti decisivi. Nelle libere professioni, poi, resistono forme sottili ma tenaci di segregazione orizzontale e verticale: alcune materie restano “maschili”, certi ruoli apicali faticano ancora ad aprirsi. È il riflesso di una cultura che, nonostante i progressi, conserva tratti profondamente maschilisti. Nel lavoro dipendente la traiettoria è spesso ancora più accidentata. La maternità, le malattie, i carichi familiari, la cura dei genitori anziani, le separazioni – con padri che troppo spesso non garantiscono il mantenimento – diventano ostacoli cumulativi. Non eventi eccezionali, ma tappe ricorrenti di una biografia femminile che il sistema continua a considerare un’anomalia, anziché una normalità da tutelare.

Ci sono strategie concrete che funzionano bene per conciliare lavoro e vita privata?
No, perché il problema non è solo culturale: è anche economico e politico. I professionisti e le professioniste affrontano un carico fiscale elevatissimo, mentre le politiche pubbliche offrono misure minime, spesso simboliche, sul fronte dei contributi e delle detrazioni per le spese familiari. Il risultato è che la conciliazione resta un costo privato, non una responsabilità collettiva. E il capitolo dei congedi parentali maschili lo dimostra: pensati per riequilibrare i ruoli, si sono rivelati in larga parte un fallimento, poco utilizzati e scarsamente incentivati. Così, ancora una volta, il peso della cura torna a gravare quasi interamente sulle donne, con effetti diretti sulle carriere e sull’autonomia economica.

Se dovesse dare un consiglio a un giovane professionista che vuole contribuire alle pari opportunità, quale sarebbe?
Un traguardo fondamentale è stato riuscire a promuovere la costituzione delle Commissioni e dei Comitati per le Pari Opportunità in tutti gli Ordini e Collegi professionali. Questo passo ha permesso di integrare nei regolamenti la formazione continua, riconoscendo ufficialmente la materia “Discriminazioni, Parità e Pari Opportunità” come parte integrante del percorso formativo. Ordini come quelli degli Avvocati e dei Commercialisti hanno già introdotto l’obbligatorietà di accreditare i convegni su questi temi come parte della deontologia professionale. Un modello da estendere a tutte le categorie, per trasformare la cultura delle pari opportunità da un valore astratto a un elemento concreto e imprescindibile nella vita professionale di tutti i giorni.