Una giornalista sotto scorta: Federica Angeli

by / mercoledì, 17 settembre 2014 / Published in interviste

Federica Angeli

Da circa un anno Federica Angeli, giornalista de “La Repubblica” vive sotto scorta 24 ore su 24 perché considerata a rischio. A rischio per aver denunciato e raccontato una rissa tra clan del litorale romano e riportato fedelmente fatti e circostanze che la cronaca quotidiana impone all’attenzione dell’opinione pubblica. La denuncia portò all’arresto di tre individui ma scarcerati poco dopo. Da quel momento l’incubo delle minacce a lei e alla sua famiglia. Minacce concrete e prese sul serio da magistrati e investigatori che hanno fatto scattare la decisione di assegnare alla cronista la scorta e l’auto blindata. Oggi la vita di Federica Angeli e della sua famiglia è cambiata ma non il suo desiderio di informare e la determinazione a continuare la sua battaglia per la legalità.

Federica, Lei si occupa di cronaca nera e giornalismo d’inchiesta per il quotidiano La Repubblica. Può raccontarci come ha iniziato i primi passi nel mondo del giornalismo?

Ho cominciato nella redazione di un giornale di quartiere, Il Giornale di Ostia. E’ stato sempre il mio sogno fare la giornalista, ma non avendo alle spalle una famiglia benestante ho sempre dovuto lavorare, dall’età di 16 anni in pub, ristoranti, tipografie. Poi un giorno sono stata esclusa da una selezione che avevo fatto per entrare negli Aeroporti di Roma come dipendente di terra, ho chiesto conto al capo del personale del motivo dell’esclusione e mi ha risposto che era per “lineamenti irregolari”. Non ero sufficientemente bella per poter fare quel lavoro. In quel momento ho deciso di inseguire il mio sogno, il giornalismo, ed eventualmente di farmi umiliare dal mondo in cui volevo entrare senza alcuna raccomandazione. Così ho bussato alle porte del giornale di Ostia e nel 1998 sono arrivati a Repubblica.

Ormai da un anno vive sotto scorta 24 ore su 24. Proprio in questo periodo, a luglio 2013, ha denunciato una rissa tra clan del litorale romano di Ostia e ha assistito ad una sparatoria a pochi passi dalla sua abitazione, riconoscendo gli autori. Da quel momento è iniziata la sua nuova vita. Può raccontarci cosa è accaduto quella notte?

Quella notte del 16 luglio ho sentito delle grida in strada, seguite da due spari. Mi sono affacciata al balcone e ho riconosciuto due esponenti del clan Spada che fuggivano da una parte e due affiliati al clan Triassi scappare in macchina. Ho scritto immediatamente un articolo per l’online di Repubblica e poi sono corsa dai carabinieri a fare la mia deposizione e i riconoscimenti fotografici.

Troppo spesso la mafia viene considerata un’esclusiva del Sud e invece, grazie anche alle sue inchieste, si è scoperto che la mafia nella Capitale non è un fenomeno marginale, anzi, le organizzazioni mafiose sono insediate stabilmente da decenni e controllano il territorio.

Il problema della mafia romana è solo che a livello giuridico ancora non si vuole vedere nè riconoscere. Il 416 bis, il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, a Roma è stato contestato solo alla Banda della Magliana per poi essere derubricato in Cassazione. A giugno invece in primo grado abbiamo avuto il primo romano condannato per 416 bis.

Una recente notizia letta sui quotidiani nazionali dice che, secondo i dati dell’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla Criminalità Organizzata, Roma è la terza città d’Italia per numero di beni confiscati ed è seconda, ex equo, con Milano per il numero di aziende confiscate. Come interpreta questa notizia?

E’ per me la conferma di quanto le mafie ormai siano radicate nella capitale. E’ qui che investono il loro denaro sporco ed è qui che fanno affari.

Nella sua carriera giornalistica ha seguito i casi più scottanti e le inchieste più complesse. Quali sono quelle che l’hanno maggiormente colpita?

Sicuramente quella sulla criminalità organizzata di Ostia, ma anche l’inchiesta in cui mi infiltrai in un gruppo di persone dell’est che importavano armi per le nostre mafie dai Balcani. Anche quando partecipai ai combattimenti clandestini di pitbull fu un lavoro tostissimo. Insomma ogni volta che mi sono infilata nella realtà per scoprirne i lati più neri per me è stata un’esperienza importante per la mia crescita umana e professionale.

Per raccogliere materiale per le sue inchieste ha  lavorato spesso come “infiltrata”. In un certo senso ha vissuto sulla sua pelle le storie che ha scritto. Come si affrontano queste situazioni? Ha mai avuto paura?

La paura è un compagno di viaggio senza cui non potrei affrontare le mie inchieste. Serve a mantenere alta la soglia dell’attenzione su tutto ciò che succede mentre svolgi un lavoro. Quando, tanto per fare un esempio, mi infiltrai nel gruppo di slavi per l’inchiesta sul traffico delle armi, il solo fatto di essere donna destava molti sospetti nel gruppo. Così oltre a catturare elementi utili per il mio lavoro dovevo guardarmi le spalle da comportamenti strani di chi si avvicinava a me. In quel caso mi finsi donna di un boss del gruppo e questo fu il passpartout per essere accettata. Ma la guardia non l’ho mai abbassata.

Oggi vive e lavora sotto scorta. Com’è cambiata la sua vita nel quotidiano e nei rapporti con i tuoi affetti?

La mia vita quotidiana è praticamente sconvolta. Vivo costantemente con i carabinieri che si occupano della mia tutela, quando cammino lo faccio tra loro, e anche le azioni più banali, come tornare indietro di scatto perché ho dimenticato una cosa, devono essere ponderate e comunicate. I rapporti con i miei affetti sono rimasti invariati, fortunatamente la solidità di  certi rapporti era ed è tale per cui nulla può intaccarla. Ma certo, vivere così è una prigione che a volte genera un senso di soffocamento al petto e alla gola.

In Italia altri cronisti hanno avuto il coraggio di narrare le realtà più scomode. Dal nord al sud conosciamo, tra gli altri, le storie di Giovanni Tizian, Lirio Abbate fino allo scrittore Roberto Saviano. Tutti giornalisti costretti a vivere sotto scorta. Il vostro sacrificio personale e l’impe­gno di fare una battaglia vera contro la mafia è servito per cambiare le cose?

Io credo proprio di sì. Sta cambiando la mentalità delle persone ed è questo poi il vero senso della mia battaglia. far capire alle persone che se una donna, moglie e mamma di tre bimbi (prima ancora che una cronista) è riuscita a denunciare una criminalità che per 30 anni è stata ignorata, allora tutti, ma davvero tutti, con un pizzico di forza di volontà, possono farlo. Cambiare si può. E con l’arrivo di un procuratore come Pignatone e di un pool di ottimi investigatori messi alla squadra mobile  e nell’arma dei carabinieri a Roma sta succedendo una vera rivoluzione. Tempi duri per la mala, davvero durissimi.

Qualche mese fa ha ricevuto il premio donna dell’anno 2014 mentre il prossimo 11 settembre sarà in Parlamento a relazionare sui temi della mafia. Cosa significano per te questi riconoscimenti?

Il premio Donna dell’Anno in un territorio difficile come è quello di Ostia per me ha significato veder concretizzato il cambiamento di cui le parlavo prima. I cittadini hanno scelto me, così come le istituzioni: hanno preso una posizione importante. Ed è questa scelta che mi ha fatto piacere e capire che ne era valsa la pena.

L’incontro con la Commissione Antimafia sarà un’occasione per essere ascoltata su una realtà – la mafia romana – su cui ancora chi deve sapere e conoscere, sa e conosce la metà delle cose che ci sono in ballo. E io per due ore illuminerò quel losco palcoscenico, nella speranza che, arrivare nel cuore dle potere con importanti informazioni, possa servire a debellare tutto. E prevenire quello che arriverà una volta sconfitto il primo nemico.

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