La prevenzione dei disturbi alimentari: intervista alla Dott.ssa Cecilia Valenti

by / giovedì, 29 maggio 2014 / Published in viceversa

 

 

 

 

Anoressia e bulimia: sono le “patologie dell’anima”,   mali oscuri dei nostri tempi che colpiscono adolescenti ma anche adulti, uomini e donne. Un disagio profondo,  che coinvolge la mente, il corpo e l’anima della persona che ne soffre. Come riconoscere un disturbo alimentare? E come uscirne? Viceversa ne ha parlato con la Dott.ssa Cecilia Valenti, nutrizionista biologo esperto in disturbi del comportamento alimentare. La dottoressa Valenti, che ha recentemente partecipato con un workshop a Ricomincio da Me, la Fiera del lavoro e delle opportunità al Castello di Spezzano (Mo), lavora a Modena  presso uno studio medico in collaborazione con medici di famiglia dell’Usl di Modena (www.cibogiunone.it) e anche a Santarcangelo di Romagna presso “Salute in Armonia”. Lo studio segue un modello di Medicina Interdisciplinare Integrata e  nasce dalle esperienze di Medici e Professionisti di varie discipline della Salute che hanno come obiettivo l’integrazione delle loro professionalità per una reale collaborazione, al fine di formulare una diagnosi condivisa ed una cura efficace per diverse patologie. Cecilia Valenti si è specializzata nei Disturbi del Comportamento Alimentare seguendo il “Master per il trattamento dei disturbi alimentari” del Prof. Dalle Grave Riccardo, ritenuto uno dei massimi esperti sul campo, conseguendo il “Certificate of Professional Training in Eating Disorders and Obesity 2011”

Dott.ssa Valenti, quando si parla di disturbi alimentari si pensa a bulimia e anoressia. Come definirebbe lei i disturbi del comportamento alimentare?

La classificazione corrente li divide in tre categorie diagnostiche: anoressia nervosa (AN), bulimia nervosa (BN) e disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati (NAS). Questi ultimi costituiscono la più frequente diagnosi di disturbo dell’alimentazione, ma non sono supportati da molti studi scientifici. Le tre categorie diagnostiche condividono la maggior parte delle caratteristiche cliniche ed esiste una migrazione tra un disturbo dell’alimentazione e l’altro. Ciò ha suggerito la necessità di adottare una prospettiva transdiagnostica che non tenga conto delle singole categorie. Potremmo dire che esiste un unico grande contenitore: un solo disturbo dell’alimentazione la cui centralità è rappresentata da un’eccessiva preoccupazione per il peso, per la forma del corpo e per l’alimentazione e il loro controllo con metodi disfunzionali.

Quali sono le cause che possono scatenare un disturbo alimentare? E quanto la cultura di riferimento influenza l’insorgenza di questi disturbi?

Le cause non sono note, tuttora costituiscono un enigma per i ricercatori e una difficile sfida per i clinici. Sappiamo che un’interazione complessa di fattori biologici, psicologici e sociali gioca un ruolo potenziale nell’aumentare il rischio del loro sviluppo. Negli ultimi anni, comunque, sono stati compiuti progressi espressivi e si è visto che la cultura di riferimento che spinge a un modello di “magrezza” e di “perfezione del corpo” come unico valore in grado di filtrare la bellezza, la forza, l’intelligenza e infine il successo, crea un ambiente che ne favorisce sia l’insorgenza sia il mantenimento.

Ci sono segnali d’allarme, in particolare nella fascia d’età più colpita, l’adolescenza, che andrebbero presi in considerazione?

Se prendiamo la fascia di massimo picco d’incidenza che è appunto quella dell’adolescenza dove l’identità non è ancora ben definita e c’è una spiccata tendenza a giudicare il proprio valore in termini di magrezza, un non esperto potrebbe confondere i segni precoci della malattia con i normali atteggiamenti e preoccupazioni di questa età. In generale le ragazze ne sono più colpite, una storia di disturbo alimentare o di obesità dei genitori sono fattori di rischio, così come lo sono il confronto con i pari che hanno lo stesso disturbo oppure la frequentazione di ragazze più grandi. Inoltre se si tratta di ragazze che frequentano ambienti fortemente giudicanti e competitivi, il rischio è maggiore. A volte anche una forte delusione o l’essere oggetto di derisione per il proprio aspetto o di vero e proprio bullismo può portare ad aumentare il controllo verso il peso e predisporre al problema alimentare. Infine, attenzione alla “prima dieta” perché è considerato un fattore precipitante: il disturbo comincia sempre con la dieta!

Quali sono le dinamiche relazionali più comuni nelle persone con disturbo alimentare? 

In questo caso è necessario fare una distinzione tra le diverse categorie di disturbo alimentare. In generale è possibile dire che in una fase avanzata i rituali, le rigide regole autoimposte e le attività per il controllo del peso e dell’alimentazione portano via molto tempo e sono poco compatibili con una normale vita di relazioni. A volte si può andare incontro a una vera e propria marginalizzazione. Se poi si tratta di anoressia, si aggiungono gli effetti dell’essere sottopeso che aumentano la focalizzazione su di sé e intensificano un esasperato bisogno di routine e di prevedibilità incompatibili con una normale socializzazione.

Come si affrontano oggi i disturbi del comportamento alimentare?

Indipendentemente dalle teorie di riferimento, noi esperti che ce ne occupiamo condividiamo la necessità di una diagnosi precoce quindi dobbiamo spingere sui modelli di prevenzione e di disseminazione a più livelli: scuole, società sportive, medici di famiglia, associazioni di genitori. E infine si affrontano curandoli con modelli di terapia altamente specializzati e che siano in grado di fornire gli strumenti per prevenirne le ricadute .

I disturbi alimentari non riguardano, come spesso si è portati a pensare, solo l’infanzia e l’adolescenza, ma anche l’età adulta. Negli ultimi anni sono aumentate le richieste di trattamento da parte di uomini e donne sopra i 30 anni. Come ci si accorge di avere un disturbo alimentare a questa età? A chi ci si può rivolgere? 

Certo, il problema rischia di essere sottostimato. Infatti,  il 10% delle adolescenti e delle giovani donne soddisfa i criteri diagnostici per tali disturbi. E’ noto che i Disturbi Alimentari danneggiano la salute fisica, oltre al danno del funzionamento psicosociale, della carriera scolastica e lavorativa e aumentano i rischi di mortalità: le persone con anoressia nervosa hanno una mortalità quasi dieci volte maggiore di quella delle persone sane della stessa età e sesso. Ci si accorge di avere un problema quando la preoccupazione per il peso, le forme del corpo e l’alimentazione sono eccessive e condizionano fortemente le scelte, il modo di vivere: insomma quando diventano un pensiero che impedisce di avere una vita sociale, lavorativa e familiari normali. Posso dire che il trattamento che ad oggi ha dato i maggiori risultati in termini di efficacia è quello Cognitivo Comportamentale Focalizzato che origina dal Prof.  Christopher G. Faiburn, di Oxford, la massima autorità mondiale nel campo. Gli esperti formati all’Aidap (Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso) che come me hanno avuto il privilegio di imparare dal Dr. R. Dalle Grave, usano questo metodo con successo e l’efficacia è sempre dimostrata dalle evidenze scientifiche. Infine il trattamento ambulatoriale è la scelta ideale, perché è meno dirompente del ricovero e i cambiamenti sono mantenuti con più facilità perché avvengono dove vive il paziente.

Lei è Lifestyle Trainer, figura professionale nuova in Italia, esperta nel miglioramento dello stile di vita e di tecniche cognitivo-comportamentali. Quali sono le caratteristiche specifiche e come si accede alla professione? 

L’esperto nel miglioramento dello Stile di Vita noto in Europa come LifeStyle Trainer, deve avere competenze per educare il paziente ad adottare un sano stile di vita che, secondo l’organizzazione mondiale della sanità (OMS), è fondamentale nella prevenzione e nella cura delle malattie croniche non trasmissibili o del benessere come, ad esempio l’obesità, la sindrome metabolica, il diabete mellito tipo 2, la steatosi epatica non alcolica e la sindrome delle apnee ostruttive che rappresentano l’86% dei decessi e dovute principalmente a stili di vita non salutari e quindi modificabili con l’aiuto di questa nuova figura professionale. Pertanto deve essere competente in Nutrizione, Attività Fisica e conoscere le Tecniche di gestione dello Stress e di Tecniche Motivazionali che conducono al cambiamento e al mantenimento delle nuove abitudini, utilizzando modalità adeguate alla presa di coscienza e alla responsabilizzazione. Grazie all’impegno di una eccellenza italiana del Lifestyle come il Prof. Giulio Marchesini, all’Università di Bologna, è stato attivato il primo Corso Universitario di Alta formazione in “Esperto nel miglioramento dello stile di vita: Lifestyle trainer”. Il corso è a numero chiuso e la laurea in medicina, in biologia, in psicologia o altre in area sociosanitaria, insieme a una specializzazione o esperienza in almeno una o più delle aree trattate sono necessari per partecipare al bando di concorso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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